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I mille colori di un gelato all'Esquilino

Viaggio nella gelateria che ha trovato la sua ricetta per l'integrazione

I mille colori di un gelato all'Esquilino

di MARTINA SPIGNOLI (06 09 2010)
Martina Spignoli

Dal 1928 l'Esquilino ospita il Palazzo del Freddo, una delle gelaterie più antiche di Roma, gestita da sempre dalla famiglia Fassi. Dietro il bancone lavorano persone provenienti da molti paesi diversi, che hanno creato nel tempo una vera e propria comunità. Siamo andati ad esplorare dall'interno una realtà che si è rivelata un esempio positivo di integrazione tra culture e tradizioni diverse.

Dal 1928 via Principe Eugenio ospita una delle gelaterie più antiche di Roma, il Palazzo del Freddo, che oltre ad essere una delle realtà più consolidate nel quartiere Esquilino, è un esempio di come l'integrazione e la multiculturalità possono divenire punti di forza di un’attività commerciale. Questa gelateria ha visto, negli  anni, il quartiere cambiare, rispecchiandone le mille anime ed i mille volti. Oggi dietro ad un bancone colorato dai gelati si nascondono storie di italiani ed immigrati, arrivati qui dentro più o meno per caso, che con il tempo hanno formato una piccola comunità, forte ed unità.

Proprio per il loro radicamento nel quartiere i proprietari, la famiglia Fassi, si sono sempre rifiutati di trasferire l'attività o di vendere il locale. Cerchiamo di scoprire perché dalle parole di Andrea Fassi.

 

La gestione. Andrea ha 26 anni, è praticamente cresciuto in gelateria, insieme alla madre, con cui tuttora gestisce l'azienda. “Il nostro maggiore punto di forza, a mio parere, è che qui siamo in tanti a lavorare, ma il clima è quello di una grande famiglia, non è mai cambiato. Accogliamo tutti quelli che si presentano, a prescindere dalla loro nazionalità. Li selezioniamo in base alle loro capacità e poi offriamo loro totale parità di condizioni. I nostri dipendenti sanno che non facciamo discriminazioni di sorta. E di solito la loro permanenza è molto lunga”. Quasi la metà dei dipendenti della gelateria viene dall'estero, fatto che, secondo Andrea è più che normale: rispecchia i cambiamenti che ci sono stati nel quartiere e nella nostra società in generale. “Prima l'Esquilino era un quartiere molto centrale, popolato per lo più da italiani. Negli ultimi quarant'anni, invece, è aumentata la presenza straniera fino a diventare dominante: questo fenomeno sociale non può non rispecchiarsi in una realtà aziendale”. La sua famiglia ha ricevuto molte offerte nel corso del tempo e soprattutto negli ultimi anni, ma non ha mai accettato di vendere il negozio o di cedere l'attività. “Siamo in questo quartiere dal 1928, non avrebbe senso cambiare posto. La clientela ormai è molto affezionata e non è composta solo da italiani: per esempio molti ristoratori cinesi si servono da noi di gelato al riso. Anche la nostra produzione è multietnica! E poi facciamo parte di questa realtà cittadina e siamo orgogliosi di darle visibilità. Per esempio dall'anno scorso sotto il nostro marchio è apparsa la parola ESQUILINO. È un riconoscimento che il Comune di Roma ci ha dato per il nostro attaccamento al quartiere e per i benefici che questo ha tratto e trae dalla nostra presenza. In questo modo, infatti, ha la possibilità di essere conosciuto anche all'estero visto che abbiamo una fitta rete di gelaterie in franchising in tutto il mondo ed in particolare in Oriente”. Andrea Fassi è stato il principale fautore di questa politica di esportazione del marchio all'estero: “E' un'occasione unica per far conoscere il Made in Italy in altri paesi, in fondo il gelato è una delle cose che sappiamo fare meglio!”. Le richieste per aprire punti vendita in franchising provengono soprattutto dall'Oriente: in Corea del Sud, ad esempio, ci sono attualmente 80 gelaterie "Il Palazzo" attive. Insomma, a sentire le  parole di Andrea, la sua gelateria potrebbe costituire un modello positivo di integrazione per il quartiere. Ci avventuriamo, però, anche dietro il bancone per scoprire qualcosa in più di questa realtà dalla voce dei dipendenti.

 

Dietro il bancone. Andrea Formiconi ha ventisei anni e lavora all'interno del laboratorio dove si produce il gelato. È arrivato da Fassi quasi per caso cinque anni fa, e poi non se n'è più andato. John Medeni, invece, ha 35 anni e viene dal Bangladesh. È arrivato a Roma dieci anni fa per cercare lavoro ed ha conosciuto la gelateria Fassi tramite suo zio, che ci aveva lavorato per qualche tempo. Dopo sette anni è ormai un veterano del bancone. “Qui mi diverto”, dice John, “il lavoro è un po’ stressante perché soprattutto in estate abbiamo molti clienti, però c'è un buon rapporto con gli altri colleghi, quindi diventa tutto più piacevole. Adesso non cambierei mai lavoro”. È la stessa cosa che pensa Andrea, “Ci troviamo bene, l'ambiente è accogliente e sereno, ed è proprio questo che favorisce l'integrazione. Secondo me, lo scontro di culture è, in parte, amplificato dai media e si crea soprattutto quando ci sono altri problemi: magari c'è tensione per altri motivi e allora si attribuisce la responsabilità alle differenze culturali. In realtà in un posto come questo, tranquillo e ben organizzato, le differenze non si sentono, anzi succede proprio quello che dovrebbe accadere ovunque nel nostro paese: portare avanti la tradizione italiana (in questo caso del gelato), arricchendola con esperienze e contributi provenienti da tutto il mondo. In questa gelateria c'è uno scambio continuo di competenze, cosa che è positiva soprattutto per me che sono giovane e che ho avuto la possibilità di imparare molto in questi sei anni da tutti i miei colleghi, a prescindere dalla loro nazionalità. Quello che avviene qui è lo specchio dell'integrazione e dello scambio di persone, società, culture che si vive nella quotidianità”. John invece racconta: “Il mio lavoro qui mi ha aiutato molto ad inserirmi in questa città. Ho conosciuto persone che per me sono punti di riferimento e piano piano sono diventato anche io un piccolo esperto di gelato. Quando arrivi in un nuovo Paese, in una nuova città non è facile, non hai la famiglia, devi trovare casa. Io ci ho messo molto anche ad abituarmi al cibo veramente”, sorride. Poi torna serio ed aggiunge: “In fondo nella vita quotidiana le differenze culturali o di nazione non si sentono: nelle piccole cose di ogni giorno, nei piccoli problemi siamo tutti uguali. Lo scontro nasce quando c'è povertà, disagio: in quei casi cultura e religione sono solo scuse per nascondere altro”. Chiediamo loro, infine, di raccontarci in poche parole la loro idea dell'Esquilino, il quartiere che li ospita. “E' un quartiere multiculturale e multietnico”, dice Andrea, “ci è diventato da solo, nel tempo, e da solo deve trovare un suo equilibrio, nell'accettazione delle diversità e nell'arricchimento reciproco, proprio come avviene qui dentro”. Secondo John, invece, “è un quartiere in cui gli stranieri a volte sono un po' troppo sfruttati. Gli affitti costano cari e spesso i lavoratori non vengono pagati abbastanza. Per avere una maggiore tranquillità e trovare un equilibrio ci vorrebbe più giustizia”.

 

Gli abitanti. E, infine, abbiamo raccolto le testimonianze degli abitanti dell'Esquilino per capire cosa ne pensano di questa realtà. “Vengo qui da quando ero bambina”, ci ha detto Laura, 38 anni, “non riesco ad immaginare il quartiere senza questa gelateria. Mi ha sempre colpito l'atmosfera familiare che si respira. È gestito da sempre dalla stessa famiglia”. “Secondo me avrebbero fatto meglio a trasferirsi, gli sarebbe convenuto”, dice Walter, 55 anni, “In fondo questa zona non è più così centrale. Invece loro hanno dimostrato grande attaccamento al quartiere, e sono stati premiati”. Jen e Li sono coreane, escono con un grande cono colorato in mano. “Ci piace molto questo gelato”, dicono, “è un prodotto tipicamente italiano, che da noi non si trova. Ci piacerebbe che aprissero dei punti vendita anche nella nostra cittadina.”. Maria Luisa, 68 anni, è seduta ad un tavolino con un'amica. Vivono entrambe all'Esquilino: “Del nostro quartiere, dice, si evidenzia spesso la conflittualità, si parla degli scontri, dei litigi. Non si parla però delle molte realtà che, come questa, dovrebbero essere prese ad esempio. Qui si da una buona immagine del quartiere di collaborazione, di integrazione e convivenza pacifica”. E, infatti, usciti dalla gelateria ci sembra di aver visitato una piccola oasi felice, forse troppo tranquilla per essere vera. Certo non si possono negare i problemi e le conflittualità di un quartiere che vede l'incontro e spesso lo scontro di popoli e culture diverse. Ma il Palazzo del Freddo può essere un buono spunto per riflettere sull'importanza di partire da cose piccole e concrete, come un cono gelato.