Università senza media
Università senza media

L’Università e la sua voce – Per Marino Regini, rappresentante dell’Università degli Studi di Milano, infatti, il discorso pubblico è dominato da toni scandalistici e dalla parzialità o superficialità dei dati presentati che vi hanno impresso i media. È un discorso pubblico che ha la presunzione di individuare le anomalie del nostro sistema universitario senza mai operare un discorso serio e sistematico, ma solo episodico e aneddotico. I veri nodi dei problemi universitari non escono nei giornali, dichiara Morcellini, ecco perché, sostiene Elio Franzini, Università degli Studi di Milano, bisogna aiutare a cambiare la retorica giornalistica, ma bisogna anche che le università imparino a comunicare.
La ricerca – Due delle diverse ricerche portate avanti dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione, L’Università tra crisi e futuro. Il ruolo dei media e della politica di fronte all’alta formazione e ai movimenti e Università, ancora una Riforma?, tendono ad evidenziare quanto detto. Nel filone Università tra crisi e futuro, dall’analisi dei quattro maggiori quotidiani nazionali – Corriere della Sera, Sole 24 ore, La Repubblica, Messaggero – si indagano quelle che sono le strategie descrittive e narrative del giornalismo ed emerge una forte tendenza alla cronaca degli accadimenti in cui l’approfondimento e la documentazione risultano assenti, una predominanza di articoli e notizie brevi come tipologie di pezzo, una frequente mancanza di dati di supporto agli articoli ( i dati sono assenti nel 75% dei casi) e una scarsa presenza di elementi riconducibili all’approfondimento delle cause della Riforma. Il secondo filone, Università, ancora una riforma?,evidenzia come la rappresentazione mediatica sia sovraccarica di annunci, promesse ed enfasi ideologica e povera di dati, di analisi approfondite e di confronto sui reali problemi. Il successivo confronto tra gli articoli dei quotidiani nazionali con i comunicati stampa del MIUR, secondo step dell’indagine, sottolinea, inoltre, come non un effetto fotocopia ma un effetto eco fra politica e giornalismo cristallizzi il dibattito pubblico in figure lessicali e frasi spot facili da ricordare ma incapaci di restituire la reale complessità del mondo accademico.
I media a favore – Il mondo dell’informazione presente all’evento ha risposto nella maniera più disparata. Gianni Trovati, giornalista del Sole 24 ore, nel corso del suo intervento, effettivamente ha ribadito come la maggior parte dei quotidiani italiani, come La Repubblica e il Corriere della Sera, facciano scarso uso del dato. Lo stesso decisore politico non lo utilizza. Questa mancanza comporta una vera e propria tendenza alla stereotipizzazione. Francesco Giorgino, “mezzo busto e mezzo ricercatore”, cerca di spiegare il funzionamento del processo di costruzione della notizia partendo proprio dall’assunto che il problema non è nell’uso dello stereotipo ma nel suo abuso. Lo stereotipo si articola nei due processi di categorizzazione e generalizzazione. Nel momento in cui si produce una conoscenza della realtà rappresentabile, destinata ad un pubblico di massa, risulta impossibile non impostare questo tentativo di narrazione lungo un percorso che non sia di generalizzazione e categorizzazione. È l’esasperazione di questi processi che trasforma l’uso dello stereotipo, logico ed intrinseco alla comunicazione di massa, in abuso. Distinguendo tra distorsione involontaria e volontaria dominante egli afferma che una cosa è distorcere la rappresentazione mediale dell’università volontariamente, altra cosa è farlo involontariamente. Nel primo caso ci troviamo di fronte a fattori di tipo ideologico, nel secondo a fattori di tipo organizzativo. Vari, a detta del giornalista, sono gli stereotipi abusati nei confronti del mondo universitario come fuga dei cervelli, precariato, nepotismo universitario, assenza di collegamento tra mondo universitario e mondo del lavoro produttivo. Proprio in merito al nepotismo universitario o baronato che dir si voglia, Giorgino afferma chiaramente come questo non esista come non esiste in ambito lavorativo: «Se in ambito giornalistico inizio a seguire un giovane e questo mi dà soddisfazione e vedo che riesce ad espletare al meglio la propria attività professionale, tendenzialmente, anche per un fatto umano e antropologico, proverò a stendermi perché questo talento possa affermarsi nell’ambito della microsocietà televisiva e non. Non vedo perché questo debba costituire uno stereotipo!». In generale, il capo redattore politica del Tg1 reclama il coraggio di sovvertire una logica che è frutto anche di un approccio culturale che hanno i giornalisti anche se questo viene sempre meno visto che oggi, ormai, sono tutti laureati. La creazione di competenze, acquisita durante il percorso universitario, permette sicuramente di tenere separati i fattori ideologici da quelli organizzativi puntando sempre di più a quella completezza tematica di cui parla Sorrentino in merito alla professione giornalistica che consente di non cadere nella distorsione volontaria.
I media contro - Questa positività finale viene subito criticata da Franco Poggianti del Tg3 e da Gianni Betto direttore del centro d’ascolto informazione radiotelevisiva. Il primo critica fortemente i giornalisti perché ormai sono diventati autoreferenziali e vivono nella loro bolla contigua alla bolla della politica. Il giornalismo, continua Poggianti, subisce la politica inconsapevolmente provocando, in teoria, il famoso fenomeno della distorsione involontaria e questo è palese non solo per quanto riguarda il mondo universitario, ma anche la scuola, la sanità e l’amministrazione “pubbliche”. In realtà, il giornalismo italiano è fortemente ideologizzato e quindi c’è una forte volontarietà nel distorcere tutto ciò che è inerente al pubblico rispetto al privato. Betto, al riguardo, parla di un continuo stato di campagna elettorale dei media evidenziando come il filtro della politica comporti sia nella televisione sia nella radio l’utilizzo di una notizia di tipo polemico, basata sullo scontro e mai positiva e propositiva. Critica fortemente il servizio pubblico perché dovrebbe gestire ciò che Giorgino ha definito fenomeno di distorsione volontaria e, soprattutto, involontaria e conclude proprio provocando l’Università con la sua scarsa attitudine nell’ esporre la sua parte più positiva e propositiva.
Per concludere - Ma nel concreto chi parla di quelli che sono i veri problemi delle università italiane? Chi spiega le reali conseguenze della Riforma Gelmini in ambito universitario? Chi esemplifica il funzionamento di tale sistema? Renato Masiani, Preside della Facoltà di Architettura Ludovico Quaroni, Federico Masini, Preside della Facoltà di Studi Orientali e Roberto Antonelli, Preside della Facoltà di Scienze Umanistiche, danno il loro contributo parlando del proprio contesto universitario evitando frasi fatte e stereotipi di ogni tipo. Lo stesso fa il Magnifico Rettore della Sapienza Luigi Frati. E i media?