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Cenere e panni sporchi

Nord e Sud, un romanzo

Cenere e panni sporchi

di GIOVANNI PRATTICHIZZO (05 11 2010)
http://www.flickr.com/photos/corscri/1284565490

«Garibaldi ci pensa un po' su, mirando la cenere
in pugno: "Sire, vi chiedo la luogotenenza
del regno delle Due Sicilie per un anno
e che i miei volontari siano accolti
nell'esercito di Sua Maestà". "Fixe dans ses idées",
mormora re Vittorio tra sé, scotendo il capoccione.»

Cenere è il primo romanzo di Maurizio Zuccari (Mursia, 2010), affresco reale e verosimile dell’Italia e delle sue contraddizioni. Un romanzo due storie. Due storie con la s minuscola. Identità per tracce che si rincorrono provando a ricongiungersi. Biografie aperte, mobili, reticolari. Esistenze di polvere che narrano le vicende di due individui lontane nel tempo ma in grado di ritrovarsi nelle cartografie dell’anima. Non solo quella individuale. Ma quella di un Paese. Che si fa memoria individuale e collettiva, sociale e nazionale. E così la polvere diventa Cenere.

Un percorso narrativo seducente ed attraente come, ad esempio, l’incipit del romanzo. “Eccole infine. Terrigne a filo di mare. Case bastioni campanili. La cattedrale col cupolone, la rocca colla torre del telegrafo. Il porto. Marsala. La Sicilia. […]”. Siamo nel 1860 e incontriamo Manlio Rosardi, giovane volontario garibaldino, che partecipa alla spedizione dei Mille e racconta dal suo punto di vista come ha vissuto lo sbarco a Marsala, la battaglia di Calatafimi, la resa di Palermo e la conquista del Regno del Sud.
L’altro sentiero, contemporaneo, ci fa precipitare direttamente nel 2019 dove Eridanio Gasparazzo, anziano dirigente leghista, va in missione politica nella Sicilia indipendentista e, ai piedi dell'imponente Etna, scopre la verità sulle sue origini.
Due storie, due vite, due itinerari paralleli che attraversano tutta l'Italia del Sud che, a distanza di centocinquant'anni, s'intrecciano e si concludono a Bronte, luogo simbolo dell’immaginario e del “disastro nazionale” ma anche dell'imprevedibile destino comune, dove sogni e sicurezze  si incontrano e scontrano con il destino  per velarsi solo di una coltre sottile di cenere. Un romanzo che si snoda tra passato e futuro, storia e mito, vicende politiche e personali dando vita a un affresco reale e verosimile del nostro Paese e delle sue contraddizioni.  Paradossi , dissensi che vivono ancora oggi nei luoghi della vita quotidiana praticamente su tutto: sui modi della nascita dello stesso Stato (assenza di una vera partecipazione popolare, assenza dei cattolici, «annessionismo» piemontese), sull’inadeguatezza militare mostrata e dunque sulla dipendenza dall’aiuto straniero, sulla forma dello Stato (monarchia o repubblica, accentramento o federalismo).
Questo paradossale carattere divisivo dell’Unità italiana si è venuto rapidamente calando in quella che è diventata la separatezza principe della nostra storia contemporanea: la divisione Nord e Sud. Che oggi, non a caso, è quella che più anima e spesso esaspera la discussione sull’Unità: con al Nord una Lega che agita a scadenza fissa la bandiera della secessione, mentre al Sud diventano sempre più numerosi coloro che si propongono d’imitarla, dando vita ad un partito (o lega) del Sud.
Un romanzo che è nato, come racconta l’autore, dal desiderio di fare luce su come e perché quell’unità, bramata per secoli dalle menti più illuminate della penisola e trovata quasi per caso a qualche mese nel 1860, grazie ad un guerra civile, sia divenuta a un secolo e mezzo di distanza un disvalore per buona parte del Paese.
Una narrazione storica o, meglio, fantastorica dove protagonista invisibile è senza dubbio la Storia. Una storia che vive e si alimenta di una scrittura narrativa molteplice e frastagliata. Regalando al lettore un linguaggio infarcito, colmo e alimentato da antiche e futuribili espressioni dialettali e gergali. L’elemento sorprendente e piacevole di questo romanzo risiede proprio nella musicalità della scrittura al tempo stesso densa e vivace, spesso ricercata, in grado di ritmare persino gli oggetti e gli attributi, li anima, li fa verbo, li fa agire e interagire, dispacci o imprecazioni, detti popolari. Una scrittura verosimile che prevede specifiche regole strutturali di organizzazione dei contenuti narrativi.
Un romanzo che da nuova linfa al genere storico che sembra non essersi esaurito con la stagione romantico-risorgimentale ma viene praticato in forme nuove, prevalentemente parodiche e ironiche. Come se, tra le righe, l’autore voglia dirci che è la letteratura a dover far apprendere all’uomo ciò che la storia non riesce. E così se la storia mente, la letteratura può approssimarsi alla verità, a patto che offra letture consapevoli dei documenti e degli eventi. La narrazione orientata a privilegiare la storia impone, poi, una modalità di scrittura, testimoniale e documentaria, che deve distanziarsi molto da altre formule narrative. E nel caso specifico  l’autore, attraverso il suo modo letterario, instaura un rapporto fiduciario con il lettore, fondato sulla certificazione del narrato e offrendo un’impostazione didattico-esplicativa della scrittura. Consapevole che è il patto letterario a definire e stabilire inequivocabilmente il “modo” storico degli altri, a dare verosimiglianza agli eventi, a far sospendere l’incredulità ai lettori offrendoli il piacere di moltiplicare le vite.
Eppure, alla fine, l’Italia unita ha rappresentato lo strumento decisivo, forse l’unico, per la nostra emancipazione culturale, civile ed umana. L’urgenza e l’esigenza delle storie offerte dal romanzo diventa forte e immanente proprio nel pensare ai difetti, alle inadempienze e alle tante, anche attuali, miserie nelle quali cadiamo e, a volte, ci rialziamo.
Per dirla con Northrop Frye, questo romanzo deve essere letto proprio “in un tempo di rapidi cambiamenti, in momenti in cui le vecchie visioni del mondo soccombono di fronte all’avanzare delle nuove”. Ed è proprio nell’incertezza del contemporaneo che questo romanzo si offre come uno specchio nel quale riconoscere la nostra identità.