La serie si è conclusa con il più tragico degli epiloghi (la morte dei due “capi-banda”), mantenendo fede ai toni più cupi e claustrofobici che hanno caratterizzato la seconda stagione, in discontinuità con l’esaltazione delle gesta della banda generata più o meno consapevolmente dalla prima serie. L’intera sceneggiatura della seconda stagione sembra essere stata scritta per ridimensionare a dovere il
, in risposta a chi, alla luce dell’incredibile successo riscosso dalla serie tv tra i giovani, aveva posto la questione del
Il successo della serie. Già dal suo debutto nel novembre 2008,
Romanzo Criminale – La Serie ha valicato i confini di fenomeno locale riscuotendo sempre più successo in Italia e nel mondo, non solo in termini di auditel (media di oltre 400.000 spettatori per la prima serie su Sky Cinema 1). Cliccatissime le scene
cult della serie su Youtube (più di 1500 video postati) e grandissima l’affluenza dei giovani alle ospitate nei locali da parte dei protagonisti della serie, ormai un tutt’uno con i personaggi interpretati e diventati veri e propri
beniamini degli adolescenti. Inoltre, un concept album dedicato alla serie tv e tantissimi gadget, su tutti cappelli, magliette e felpe raffiguranti i volti del “Libanese”, del “Freddo” o del “Bufalo” (il criminale più spietato e, per questo, il più osannato tra i giovani).
Le critiche. Il primo a puntare il dito fu il sindaco di Roma Gianni Alemanno, che imputò alla serie di Romanzo Criminale alcuni episodi di violenza giovanile accaduti nella capitale nella primavera del 2009, come l’accoltellamento di un 14enne da parte di un coetaneo nella scuola media "Giovanni e Francesca Falcone”. «Lo avevo detto da tempo che anche operazioni culturali come la serie tv Romanzo criminale o altre simili non hanno aiutato, ma hanno lanciato atteggiamenti e modi di fare sbagliati» disse Alemanno in un incontro con la preside della scuola, le associazioni dei genitori, del quartiere e i vertici locali dell’Arma.
Con la trasmissione della seconda stagione, Alemanno ha riacceso la polemica attaccando il merchandising dedicato alla serie e minacciando di vietarne la vendita nella capitale.
Anche le varie associazioni dei genitori (su tutti il
Moige) hanno a più riprese
criticato la spettacolarizzazione del crimine messa in atto, a loro modo di vedere, dagli sceneggiatori della serie, i quali hanno avuto l’arduo compito di dover fare i conti con una storia vera da romanzare, un romanzo (il libro di De Cataldo) da tradurre in immagini e un film per cinema (con la regia di Michele Placido) da trasporre sul piccolo schermo.
“Vallanzasca - Gli angeli del male”. Michele Placido è anche il regista di Vallanzasca - Gli angeli del male, film in uscita al cinema il 21 gennaio e incentrato sulla vita di uno dei più noti e spietati criminali italiani, che tra gli anni Settanta e Ottanta si macchiò di sette omicidi, tre sequestri di persona e un numero incalcolabile di rapine a mano armata.
I nervi ancora scoperti dei parenti delle vittime di Vallanzasca hanno fatto sì che si sollevasse, ancor prima della sua uscita nelle sale, un mare di proteste contro il film, il quale rischia di riprodurre sullo schermo la figura di un eroe certamente negativo ma affascinante.
Gabriella Vitali, vedova di Luigi D’Andrea (ucciso da Vallanzasca il 6 Febbraio del 1977) ha dichiarato: «È un errore fare un film su un personaggio che sta scontando 260 anni di carcere per rapine, sequestri e omicidi. Dovrebbe pagare i suoi debiti circondato dal silenzio, invece, come è già successo tante altre volte, viene messo sotto i riflettori».
Placido, da par suo, ha difeso con vigore il suo prodotto: «Sarà tutt'altro che una “beatificazione” delle sue gesta. (…) Noi seguiremo il suo percorso tragico cercando di capire, ma senza nessuna esaltazione del personaggio. Anzi, il messaggio sarà profondamente critico e doloroso».
La seduzione del male. Il fascino che la cronaca nera e la violenza in generale rivestono nello spettatore è connesso all’istinto umano di scavare il lato oscuro della propria natura. Le riflessioni teoriche in campo psicologico non hanno del tutto chiarito i motivi che stanno dietro a questa seduzione collettiva, ma ciò che appare chiaro è l’incredibile aumento di prodotti mediali dedicati a tale tematica, vera e propria garanzia di successo.
La nostra società tv-centrica impone una riconsiderazione del modo in cui la violenza e i suoi protagonisti sono riproposti attraverso lo schermo, in quanto, oggi più che mai, la televisione è in grado di calamitare l’attenzione dell’opinione pubblica e influenzarne le prospettive.
Nella tv italiana (discorso analogo per il cinema nostrano) è sempre più evidente la tendenza ad utilizzare la violenza come tema da narrare in modo “romanzato” spettacolarizzando in questo modo la ferocia umana, con il risultato di "banalizzare il male” e cancellare ogni senso critico o giudizio morale rispetto a ciò che viene mostrato.
Esiste, invece,
un altro modo per trattare tali tematiche in televisione o al cinema ed è quello attraverso il quale la rappresentazione è in grado di
stimolare "la conoscenza,
l'assunzione di responsabilità, ma anche la speranza" come ha sostenuto Don Ciotti, presidente dell’
Associazione Libera.