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Diacochi?

La richiesta di un para guru della comunicazione: "Chiudiamo le facoltà di SdC"

Diacochi?

di REDAZIONE COMUNICLAB (21 04 2011)
www.flickr.com/photos/f-g/3025229958
 

Mancava solo Pierluigi Diaco, il para-guru mediale (copyright Grasso): “Abbasso Scienze della Comunicazione”. Anzi da buon ultimo di una lunga serie, ha pensato bene di sfoderare l’arma finale: una raccolta di firme per la chiusura delle facoltà di SdC!
 


Ecco il testo della creativa e originale proposta, pubblicata su Il Foglio:


Campagna per la chiusura delle facoltà di Scienze della comunicazione. Dogmatici, ordinari, teorici, banali, privi di idee. Sono quasi tutti così i mocciosi iscritti alle facoltà di Scienze della comunicazione. Per non parlare dei loro professori: fanatici, egotici, retorici, ideologici, e a volte pure decisamente tristi. Ogni anno migliaia di ragazzi si iscrivono più che motivati a questi corsi universitari per uscirne demotivati e violentati nel loro acerbo talento. Sarebbe il caso che il ministro Gelmini facesse una scelta impopolare e coraggiosa: chiudere questa facoltà di poveri illusi. Il motivo è evidente: la creatività, quella che fa opinione e che fa circolare le idee, è figlia solo della cultura esperienziale. Per aderire alla campagna: info@diacoblog.com. Tra qualche mese, quando avremo un numero cospicuo di adesioni, manderemo una nostra Rosy Bindi qualsiasi a consegnare le firme al ministro.

Al non fanatico, non egotico, non retorico, non ideologico, mai triste, ex moccioso, anti-dogmatico, extra-ordinario, antiteorico, non banale, tripudio di idee, fogliante hanno già risposto Aldo Grasso e la rivista Campus.

Noi ci limitiamo a riprendere quanto già pubblicato sull’argomento: l’idea che la creatività sia figlia unica della cultura esperienziale non meritava sforzi aggiuntivi. Secondo l’astuto principio dovremmo chiudere, chessò, le Accademie di Belle Arti e già che ci siamo anche le facoltà di Architettura, di Lettere, di Filosofia... Hai visto mai che un po’ di teoria, qualche saldo strumento metodologico, qualche sana lettura, possa privare i posteri di un Leonardo della comunicazione come l’allegro Pierluigi che, dicone le cronache,  il 10 settembre 2003 fu chiamato a sostenere l’esame da giornalista professionista. Citiamo dal blog "volevo fare il giornalista":

Fu inserito su sua richiesta in un giorno che non era quello stabilito dalla cadenza della lettera iniziale. «Per favore non entrate perché sono un po’ timido», chiese a chi aspettava ansioso e preoccupato come si conviene in occasione di ogni prova d’esame. Il suo appello rimase inascoltato e, soltanto dopo, si capì perché si era prodigato nella insolita richiesta per un giornalista. Il suo esame fu un soliloquio (dei commissari) che continuavano a fargli domande senza ottenere risposte, fino a quando uno di loro azzardò: «Almeno ci dica tre episodi chiave del ‘900…». Anche lì, forse per l’ormai troppo imbarazzo, si limitò a citare la caduta del muro di Berlino, fermandosi a un unico accadimento.

Malelingue, e una commissione d'esame decisamente poco creativa, forse composta da professori a SdC : fanatici, egotici, retorici, ideologici, e a volte pure decisamente tristi.

E allora diamo una mano al motivato e vergine nel suo acerbo talento, Pierluigi: inviamogli un creativo elenco di tutte le cose da chiudere in Italia.
Mandate a ComunicLab e a info@diacoblog.com la vostra proposta: un nostro Pierluigi Diaco qualsiasi provvederà a consegnare il tutto a chi di dovere.
 
Ps: al primo posto dell’elenco potrebbe esserci intanto la trasmissione che vede protagonista il buon Diaco, Maurizio Costanzo Talk: tre quarti della redazione è composta da mocciosi di SdC. Che esperienza!

a te diaco, con affetto

A te Diaco, Io proporrei ai sempre più numerosi giornalisti pubblici, i masochisti e impavidi professionisti che hanno deciso di affrontare le impervie stanze della Pubblica Amministrazione di munirsi di scatolone di cartone, come nei film d'oltreoceano, riempirli di tutto il materiale che trovano sulle proprie scrivanie e andare a casa. Hai ragione caro Diaco, a cosa serve Scienze della Comunicazione? Perchè mai avviare un processo di modernizzazione e semplificazione della comunicazione all'interno delle ingessate Pubbliche Amministrazioni italiane? Perchè mai le PA dovrebbero accogliere un Giornalista nel proprio organico con l'obiettivo di migliorare il rapporto con i media, avvicinarsi alla cittadinanza e approcciarsi ai nuovi media? No no meglio eliminare del tutto gli uffici stampa, andando a risparimiare sull'organico oppure in casi estremi perchè non fare riferimento a qualche giovane rampollo della Giurisprudenza o Scienze Politiche bene? Diaco, vista la tua così stretta vicinanza ideologica con la Maria Stella...ma chi ci lavora nel suo ufficio stampa? Ahimè caro Diaco non mi rimane che lasciarti con una frase che mi detto il buon Alessandro Rovinetti ( non pretendo che tu lo conosca ovviamente) in un'intervista per la mia tesi di laurea, ebbene si Diaco noi a Scienze della Comunicazione non solo studiamo, ma perdipiù riusciamo anche ad ottenere una laurea a pieni voti e con tesi stimolanti, crative e basate su ricerche approfondite.

"Il tempo che viviamo è il tempo della professionalizzazione, non esiste mestiere che oggi non richieda un’alta e adeguata professionalità. Se alla comunicazione diamo il valore di strategia, di risorsa e di elemento di cambiamento, non può essere che guidata da professionisti. Dove si comprano questi professionisti? In nessun mercato, devono uscire dalle scuole di Comunicazione e dai master di perfezionamento e devono essere continuamente aggiornati perché la comunicazione è una materia viva e quindi cambia rapidamente, e questo cambiamento non riguarda solo gli strumenti, ma anche e soprattutto le strategie, gli obiettivi, il modo di parlare". (Alessandro Rovinetti)

Una ex studentessa di Scienze della Comunicazione e addetta stampa

Costui, mai come in questi

Costui, mai come in questi casi, dovrebbe chiudere una sola cosa: la sua bocca.

Tanti avvocati a Roma che in tutta la Francia.Di.aco.munica

Caro Diaco perché non raccoglie le firme per il numero chiuso a Giurisprudenza o Scienze Giuridiche?

in Italia ci sono 230 mila avvocati e aumentano di 15 mila all'anno.

In Francia sono 21 mila(tutta la francia).

In Giappone,che ha il doppio della popolazione italiana,ne ha 20 mila...

A cinque anni dalla laurea uno studente di Scienze della comunicazione lavora nel 87% dei casi,la media nazionale è dell'82%(Almalaurea 2004).Poco pagati e precari certo ma questo è strutturale nel nostro paese(e a sdc si studia anche il perché di questo dato).

Lei e' esattamente ciò che descrive:ideologico e banale.

Cara Mini-stressa et Caro Morcellini

Sono un laureato con 110 e lode, ho finito tutti i miei esami in tre anni (pur lavorando, e non in un ambito statale). Sono atipico, perché non sono un moccioso e non ritengo di avere sprecato il mio tempo e i miei soldi, frequentando SdC. Una giovane studentessa, altezzosa, dinanzi a miei capelli un po grigi, mi definì come un simpatico caso di "alfabetismo di ritorno". Peccato che durante il corso scoprii che forse era lei (e la ministra Gelmini) a doversi seriamente pre-occupare dell'alfabetismo di andata. Alla mini-stressa, (mini perché fa proposte da mini-politica) vorrei suggerire di mettersi davvero in ballo e avanzare delle proposte serie, perché il problema non è la facoltà di SdC ma tutto il sistema scolastico così come è, e cioè un parcheggio a lunga sosta per tutti: insegnanti,ricercatori e studenti (basta trovare posto...). Al preside Morcellini, invece, suggerirei di preoccuparsi del perché le classi di istruzioni LM 19 e LM 59 non rientrano più all'interno dei titoli per molti concorsi statali, impedendo così a molti laureati di intraprendere una carriera nella funzione pubblica, impegnandosi nel creare dei percorsi (triennali e magistrali) di equipollenza con altre lauree, come scienze politiche. In tal senso, forse basterebbe attivare dei corsi specifici di diritto amministrativo, al posto di altri insegnamenti (o corsi ) che alla fine non raggiungono il numero minimo di iscritti... Il mio giudizio finale su ciò che ho vissuto è questo: SdC è per sua natura una Facoltà "complessa" e stimolante. Se affrontata con serietà e con "spirito di ricerca" consente di ricevere una preparazione pertanto "complessa" ed a 360° gradi sul mondo della comunicazione. Di contro, se affrontata sottogamba, tanto per fare, si rischia di arrivare alla fine senza sapere niente di niente. Quindi, inviterei la ministra di evitare spottoni elettorali, anche perchè dal suo curriculum non è Rubbia. A Diaco non ho niente da dire, poichè "i miei avversari sono la mia misura"... A Morcellini: Carica! Diamoci una mossa nel costruire non il futuro di SdC, ma i futuri di SdC. Ai ragazzi e futuri ex-colleghi di SdC: evitate l'assunzione farmaceutica del corso, studiate, studiate, studiate. Solo la cultura resterà la differenza tra voi ed i tanti Diaco.

Meglio un giorno da SdC che cento da Diaco.

Qualche tempo fa un certo Diaco su Il Foglio (tale giornale, tale giornalista) aveva bollato gli studenti di SdC come “Mocciosi, dogmatici, ordinari, teorici, banali, privi di idee”. Non aveva previsto che il 98% degli italiani non avrebbe mai letto Il Foglio, ma soprattutto non aveva previsto di incappare nelle grinfie critiche di un esperto di comunicazione come Aldo Grasso: “Al posto delle facoltà di Scienze della Comunicazione, nell’ambito di una più ampia riforma cacopedica, vorrei proporre una facoltà di Paraculaggine comparata. Immaginiamo un ‘moccioso’ che per emergere scriva un libro su Sandro Curzi, descritto come grande giornalista, e che poi conduca un programma su Telemontecarlo e di lì passi in Rai e (…) che infine faccia da badante a Maurizio Costanzo per un imbarazzante talk su Rai Uno”. Piccola agiografia del diacoismo. Lo stesso ex conduttore di Uno mattina che pure aveva osato scrivere: “Per non parlare dei loro professori [di SdC]: fanatici, egotici [? Word me la sottolinea come errore, il giornalista non sa che sta ingiustamente usando Wilde], retorici, ideologici e a volte pure decisamente tristi”. Cari prof, per quanto possiate essere agli antipodi di noi studenti, non era forse il caso di rispondere? E invece no, bravi: non avete fatto il suo gioco.

Viene così un’altra giornata mediaticamente intensa per la comunicazione. Che fosse una di quelle clou l’avevo intuito dall’intervista al sociologo Giuseppe De Rita, letta martedì mattina su La Repubblica mentre il treno accumulava ritardo. “Basta corsi di specializzazione, basta master, basta studiare cose inutili – ha chiosato il fondatore del Censis. Serve un Grande piano nazionale per la formazione sul posto di lavoro, finanziato con soldi pubblici, per uscire dalla precarietà e per riportare i giovani anche al lavoro manuale. Abbiamo costruito un monumento al generico rifiutando ideologicamente la formazione finalizzata al lavoro. Così la ragazza che si è prima diplomata e poi si è presa la laurea triennale in Scienze delle comunicazioni si aspetta il lavoro mentre è destinata alla frustrazione e alla precarietà”. Eccallà, ormai è di moda: se non pontifichi su SdC sei una caccola. Con tutta la stima per De Rita, ma… in Europa un adulto su 4 è laureato, in Italia mediamente uno su 6: non mi sembrano troppi. E solo un giovane su 5, tra i 30 e i 35 anni, ha portato a casa il “pezzo di carta”. Prima di riprendere la zappa, bisognerebbe forse scavare tra le lacune dei corsi di laurea.

Nella stessa giornata (immaginifica redazione all news) il Magnifico Rettore dell’Università “La Sapienza” risponde a Damiano Fedeli in una bella intervista sul numero di Aprile di “Campus”. Domanda: “Le polemiche di questi mesi sulle ‘lauree inutili’, come scienze della comunicazione, hanno senso?”. Risposta: “C’è laurea e laurea. Quella in Scienze della Comunicazione, se fatta bene, ha un valore. Sono le cialtronerie a non averne”. Frati d'Italia, la Comunicazione s'è desta.

Fossero tutti così incompetenti come il succitato fogliettista (e mi faermo) quelli che criticano questa Facoltà io non mi preoccuperei. Meglio un giorno da SdC che cento da Diaco.

Sono alla fine di un

Sono alla fine di un percorso di studi in una Facoltà che si propone, forse non abbastanza dichiaratamente, di offrire gli strumenti per decriptare la complessità del mutamento e leggere, come su una dettagliatissima mappa, le connessioni sotterranee che muovono l’agire sociale. “Io so, ma non ho le prove”, diceva Pasolini. Oggi invece viviamo in un tempo in cui le prove sono così sfacciatamente alla portata di tutti da non destare più alcun interesse o rilevanza, perché il peccato e i peccatori hanno reso labile il confine che separa il bene dal male e, nella convinzione che un mezzo gaudio basti per sopportare il mal comune, si prestano occhi e orecchie a chiunque distolga l’attenzione dalla centralità dei fatti e si eriga a difensore di cause perse. “Io so, perché sono un intellettuale”, ma oggi questa parola sembra quasi un’infamia: gli intellettuali si sono estinti e quelli che restano si danno il cambio sulle poltrone dei talk show, spacciando la banalità per saggezza e l’invettiva per critica. Io so, non perché sono un’ intellettuale, non ho questa pretesa, ma perché ho imparato a leggere e aprendo un giornale vedo quello che l’inchiostro non segna, perché ho imparato a sentire e accendendo la televisione ascolto ciò che la sceneggiatura di una fiction in prima serata non dice: che mentre fantasticavamo di essere salvati, in realtà siamo stati sommersi. E l’autoevidenza di tutto ciò è così naturale che appare superfluo notarlo. Come appare superfluo un corso di studi che affermi la necessità di un’educazione alla comunicazione, perché la comunicazione ci è nota come l’aria che respiriamo. Eppure, soffochiamo. Ci accorgiamo solo adesso che non è rimasto nessuno a guardia della casa paterna, i fondatori sono morti portandosi dietro la memoria che avrebbe dovuto renderci grandi, e ora, soli, barrichiamo le porte timorosi di chi scenderà a ristabilire un ordine andato smarrito. Ora abbiamo paura, dei fantasmi rossi, dei pericoli gialli, delle influenze animali, del passato molesto e del futuro precario. Le generazioni diffidano le une dalle altre perché sia la saggezza sia l’entusiasmo hanno smesso di essere valori utili sui quali costruire competenze. Nel Paese delle infinite seconde possibilità ogni mattina si riparte da zero: come costruire sulla sabbia. Come costruire con la sabbia. E mentre un provocatore da salotto scaglia l’ultima pietra come fumo negli occhi per parlare di niente, sarebbe stato più utile, onesto e costruttivo utilizzare quello spazio per rimproverare chi avrebbe dovuto gestire la cosa pubblica di aver reso impronunciabili parole come patria e morale, di minare costantemente alla base il concetto di giustizia, di aver reso la violenza fisica e verbale un linguaggio corrente, di aver trasformato i diritti in carità, di aver ipotecato le nostre risorse per trenta denari, di essere così miopi da non concepire un domani, di aver reso veramente difficile restare e troppo appetibile andare. Perciò domani, quando sarai in uno studio televisivo a balbettare freddure come un cabarettista, quando raccoglierai le firme per censurare la formazione di un pensiero coerente e competente sul mondo che ci circonda e in cui siamo immersi, pensa che dall’altra parte c’è qualcuno che sa che sei il frutto di una riduzione di complessità a cui sfugge il senso delle sue stesse azioni e in fondo, anche per questo, ti perdona.