Ha ragione Diaco. E anche la ministra
Ha ragione Diaco. E anche la ministra

Ha ragione Diaco, come Vespa, come Sacconi, come Feltri. Ma soprattutto aveva ragione il ministro Gelmini: studiare comunicazione è veramente inutile. Sul serio. Oddio di posti di lavoro ce ne sarebbero anche abbastanza: Rai, Mediaset, Telecom, Sky. 24 ore di programmazione per 365 giorni l'anno.
Insomma, di comunicazione ce n'è fin troppa. Il problema è capire se serve studiarla.
Prendi la politica. Tutti lì a dire che ormai è un mondo fatto soprattutto di comunicazione. Giusto, ma mica vorrete perdere tempo in una Università, dietro a quei fannulloni dei docenti che chissà cosa vi mettono in testa. E il Ministro lo sa bene. Antonio D’Andrea, docente di Diritto costituzionale all’Università di Brescia e suo relatore della tesi di laurea la giudica così: «Si è laureata almeno tre anni fuori corso con un voto di appena 100 su 110. Aveva scelto una tesi con un titolo accattivante "Referendum di iniziativa regionale". L’argomento era bello, ma lei lo ha trattato in maniera davvero sciatta. Per quella tesi non ho voluto dare neanche un punto in più della media voti. Non soltanto per come era stata scritta, a tirar via, ma soprattutto per come la Gelmini venne ad esporla in sede di discussione".
Ma un giudizio così acrimonioso e cattivo ha forse limitato, impedito, una folgorante carriera politica? Tutt’altro. Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca. Tié! Poi è chiaro, capìta l’antifona, magari anche la riforma universitaria ha seguito lo stesso stile: un po’ tirata via, sciatta anche in sede di esposizione. Ma se aveva funzionato così bene con la laurea perché non riprovarci?
Ha ragione Ministro. Perché studiare comunicazione? Possono bastare tre, cinque anni di università, fare uno, due master, per poter pensare un titolo tipo “La patata bollente”, apparso sulla prima pagina di uno dei più diffusi quotidiani italiani all’indomani dello “scandalo Ruby”? E pensare che lì ci sono ben due direttori, importanti, che si vedono spesso in tv, due esempi per i giovani. “Patata bollente”: profondo, preciso, impeccabile. Inarrivabile.
Ha ragione Ministro. Perché studiare comunicazione quando un altro importante direttore di settimanali popolari, anche lui molto presente in tv in prima e seconda serata vanta la straordinaria capacità di reclutare i fidanzati giusti e un passato acconcio per qualunque minorenne di passaggio sulla dorsale Arcore-Casoria? Serve un master in comunicazione d’immagine per organizzare sullo stesso settimanale la gigantografia del pranzo di Natale del Premier, con i nipotini a braccia alzate, una resa completa rispetto a qualunque ingerenza e sconfinamento nella privacy di quei poveri pargoli?
Ha ragione Ministro. Perché studiare comunicazione, quando un altrettanto importante direttore di telegiornale nazionale si infila nelle festicciole di Arcore per avere sì materiale di prima mano, ma di genere tutt'altro che giornalistico. E stendiamo un pietoso velo sui dialoghi con il buon Lele e le briscole di donne e denari.
Ha ragione Ministro e ha ragione anche Vespa. Perché studiare comunicazione se Porta a Porta nel bel mezzo della bufera “Ruby Rubacuori” riesce a collezionare tre serate da leccarsi i baffi, tre serate di grande e tempestivo appeal giornalistico: Avetrana, la suora miracolata dal Papa, Sanremo.
Ha ragione Ministro. Perché studiare comunicazione se il servizio del Tg1del 20 gennaio su Ruby e dintorni si basa su due fondamentali fonti: un'intervista di Canale5 ed un articolo di Panorama (settimanale Mondadori). E perché studiare comunicazione se un bel giorno quattro o cinque direttori di quotidiani e settimanali vengono convocati nella residenza del Premier per concordare la strategia d’assalto contro Magistratura e avversari politici. Se studi comunicazione senti parlare di cani da guardia, di campanelli d'allarme della società: qui, se va bene, siamo al carillon.
Ha ragione ministro. Inutile studiare comunicazione. Dopo aver letto i racconti delle amene serate di Arcore si sono imbestialiti poliziotti e infermiere per travestimenti e spogliarelli pagati quanto una borsa di dottorato. Ecco, noi ci eravamo, diciamo così, adirati nell'ascoltare le sue parole. E invece aveva ragione: speriamo di non finire in un mondo della comunicazione così pieno di strani personaggi che per molto meno si travestono da giornalisti.
E ha ragione anche Federica Guidi: "Un perito meccanico e un ragioniere hanno più senso di un laureato in Scienza della comunicazione". (Corriere della Sera, 20 giugno 2010). Federica Guidi è la presidente dei giovani industriali: ha solo 41 anni e un grande interesse per i giovani coetanei, magari prossimi industriali, forti di un sano diploma in ragioneria. Lei se ne intende anche di periti meccanici: lavora infatti alla Ducati Energia, grazie alla sua laurea in Giurisprudenza. Solo il caso ha voluto che la Ducati Energia fosse l'azienda di famiglia: suo padre è Guidalberto, Guidi, per dieci anni storico vice in Confindustria.
Insomma la giovane sì che se ne intende, quindi datele retta: se qualcuno vuole diventare giornalista (e non ha santi in paradiso) faccia di tutto per esser perito!
Ora qualcuno dovrebbe avvertire la giovane presidente dei giovani di Confindustria che alla Luiss, la giovane università della Confindustria, appunto, c'è un corso di laurea in Comunicazione pubblica, un Master in Comunicazione del Territorio, uno in Comunicazione d'impresa e una scuola superiore di Giornalismo, con quota di partecipazione di ventimila euro. Roba da ragionieri!
E ha ragione anche Feltri, Vittorio! "In Italia ci sono troppi infermieri extracomunitari: colpa dei giovani italiani che scelgono Scienze della Comunicazione!".
Non c'entrano nulla i contratti interinali, le cooperative di servizi, no, no è tutta colpa di SdC. Ma Feltri conosce bene il pianetà sanità: tutti in famiglia hanno scelto studi in medicina. Anche senza arrivare a una laurea, sono cresciuti a pane e supposte. Ariel, ad esempio, figlio di Vittorio con un nome da sciroppo prima dei pasti, non può che essere infermiere! Macché, è giornalista, sportivo. Beh, Mattia, l'altro figlio, sarà sicuramente almeno portantino! Niente affatto, anche lui giornalista! Ah! Però ha sposato una bella infermiera o una bella crocerossina simil-Veronica. Non se ne parla neanche: convive con una giornalista del Foglio, nipote di Daria Bignardi, moglie di Luca Sofri.
E che diamine: ‘sto giornalismo è una malattia di famiglia. Urge un infermiere, anche extracomunitario.