Registrati | Login

"Il mio nome è George"

Come vive un immigrato in Italia

"Il mio nome è George"

di MARIA GABRIELLA LANZA (29 07 2011)
www.flickr.com/photos/spiritolibero85/2579424649

George è nigeriano, ha poco più di 40 anni, una laurea in farmacia alle spalle. Dieci anni fa ha attraversato il Sahara sui camion che trasportano la nuova carne da macello, i nuovi schiavi del ventunesimo secolo in Europa. È arrivato in Libia e da lì ha preso una delle tante imbarcazioni che portano in Italia, la sua America. Ha fatto mille lavori, dal macellaio al muratore, dal facchino al vu cumprà. Giorno dopo giorno ha visto sgretolarsi il suo sogno italiano, divorato da una realtà immutabile, in cui si rimane per sempre un immigrato senza diritti, un ospite indesiderato.

George ha una moglie e quattro figli, tutti rimasti in Nigeria. Racconta con orgoglio che la più grande tra poco andrà all’università, studierà medicina. Si chiama Bianca. Quando ha scelto questo nome, sognando l’Italia, non sapeva cosa significasse. Ride dicendo che è più nera di lui. Non ha i soldi per pagare il viaggio alla sua famiglia e comunque non potrebbe offrirgli una casa dove abitare. George vive con altre otto persone in un appartamento in periferia.



La prima volta che ho incontrato George era una giornata invernale di qualche anno fa. Era finito per sbaglio nel mio paesino sperduto nell’estrema periferia di Roma. Aveva gli occhi rossi, l’andatura un po’ sbilenca e due mani enormi che sembravano poter sollevare il mondo. Portava con sé un borsone pieno di pigiami, tute, grembiuli, calzini. Con il suo italiano stentato mi supplicava, davanti alla soglia di casa, di comprare qualcosa. Iniziò a tirare fuori tutto quello che aveva nella borsa, più veloce che poteva per la paura che potessi chiudere la porta. Da quel giorno George viene a trovarmi almeno una volta ogni tre mesi.

Quando gli ho chiesto se voleva raccontare davanti ad un registratore la sua storia, non ha esitato un secondo, anche se questo significava perdere una giornata di lavoro. Per l’occasione ha indossato una camicia a quadri arancioni, dei pantaloni ben stirati e scarpe nere lucide. Il suo enorme borsone aveva lasciato il posto a tre giornali, tenuti stretti a sé in modo un po’impacciato. Davanti ad una tazza di caffè George mi ha raccontato la sua vita.

Non aveva scelto lui di venire in Italia, mi dice che certe decisioni non siamo noi a prenderle, è la vita a scegliere. E la vita per lui aveva scelto l’Italia. Con quattro figli e una moglie non poteva prendersi il lusso di decidere quale via percorrere. Mi racconta che l’Italia vista da lontano ha un altro aspetto, un altro sapore, un altro profumo. Quando ti avvicini abbastanza da poter distinguere la sua faccia, i suoi colori, i suoi odori, il miraggio di una nuova vita svanisce e lascia per sempre il posto ad un senso di amarezza, di disorientamento, che non se ne va più.

George è un immigrato, qualcuno da tenere alla larga, anche se ha una laurea alle spalle e si è sempre dato da fare da quando è in Italia. Mi racconta che nella fabbrica dove lavorava, gli operai italiani portavano i materiali più pesanti con un carrello, lui li doveva trasportare a mano. Ma non si lamentava, a George bastava avere un lavoro. Negli ultimi anni la situazione è peggiorata: l’hanno licenziato dalla fabbrica e ora passa le sue giornate davanti ai supermercati o alle uscite della metro a vendere merce che gli italiani non comprano più.

Non vede la sua famiglia da 4 anni, la figlia più piccola non l’ha mai conosciuta. Tutte le domeniche va in chiesa. Lì, nel silenzio, riesce a sentirsi per un attimo a casa. Il suo futuro non lo immagina: vorrebbe tornare in Nigeria perché in Italia non ha più un lavoro stabile, perché gli manca la sua famiglia, perché è tutto ancora troppo difficile. Ma sa che se torna a casa non potrà garantire un futuro ai suoi figli.

Tira fuori dal portafoglio la foto della sua famiglia, cinque volti che sorridono nei vestiti nuovi messi per l’occasione. Sembrano felici. C’è qualcosa di sbagliato in tutto questo, un pezzo che non rientra nel puzzle, un errore di calcolo che il destino ha fatto senza accorgersene: non è stata prevista una via d’uscita, un finale a lieto fine. Per George invece è normale, la sua voce è intrisa di rassegnazione quando mi dice : “è così sorella”. George mi chiama sorella.

Per tutti George è solo un immigrato come tanti, un numero senza nome, un ospite indesiderato. Per qualcuno invece George è un padre, un marito, un fratello. E forse solo per oggi George è anche e soprattutto una persona.

L'ennesima romanzata

L'ennesima romanzata toccante della storia di uno dei moltissimi immigrati in Italia. Se vuole essere un articolo che vuole "colpire al cuore" del lettore, indubbiamente riesce nel suo scopo, per il ritmo, l'enfasi di certe parole, i discorsi concisi e, per certi versi, prevedibili. Ma nulla più, non c'è un inizio nè una fine. E' solo il frutto (potrebbe sembrare paradossale) di un'osservazione impersonale e oggettiva della questione, un'inutile impersonificazione di un problema complesso e radicato per il quale, pare, non ci siano soluzioni. E' inutile, poi, rifugiarsi ancora in una difesa sterile e retorica dell'essere umano, dei suoi diritti. Tutti condividiamo questi princìpi ma continuare ad alimentare una difesa che non ha quasi più il la sua controparte, risulta uno sforzo che richiede ben poche energie. Se poi ci sentiamo in pace con noi stessi una volta che abbiamo pseudoapprofondito la facciata di un mondo che ignoriamo quasi completamente contenti noi!

Questo articolo non voleva

Questo articolo non voleva essere una “romanzata toccante”, né tanto meno avevo la pretesa di banalizzare un “problema”così complesso. Tutto quello che avevo in testa e nel cuore quando ho scritto l’articolo era far conoscere la storia di George. Fine, non avevo altro obiettivo. E questo perché ero e sono convinta che le parole di George hanno molta più importanza delle mie. Non so nulla di come sia la vita di un immigrato, non ho questa presunzione e sicuramente non nascondo in tasca la soluzione al “problema” dell’immigrazione, se proprio vogliamo chiamarlo così. Mi sono limitata a raccontare la storia di George. Tutto quello che volevo era questo. Per il resto vorrei tanto che la “sterile e retorica difesa dell’essere umano, dei suoi diritti” fosse condivisa da tutti. Se fosse così non avrei avuto l’esigenza di scrivere questo articolo, te lo assicuro. Se fosse così forse non sarebbero morte 25 persone chiuse nella stiva di una nave, alcune massacrate di botte. Se fosse così il nostro Parlamento non avrebbe approvato una legge che rinchiude gli immigrati per 18 mesi nei cpt e non si impedirebbe ai giornalisti di entrarvi per verificare in che condizioni sono costrette a vivere le persone lì dentro, persone che non hanno commesso nessun reato. Chissà cosa risponderebbero quei uomini, quelle donne rinchiusi nei cpt, se gli dicessimo: “non preoccuparti, guarda che qui tutti difendono i diritti umani, non c’è nessuna “controparte” che non condivida questa difesa”. Forse loro non sarebbero d’accordo con questa visione un po’ troppo utopistica. Mi fermo qui perché altrimenti cado nella “retorica” e hai ragione tu, queste sono cose che tutti sappiamo e non c’è bisogno di ripeterle. Il problema è che ho l’assurda e forse ingiustificata sensazione che a furia di dare per scontate troppe cose si finisca per chiudere gli occhi, si scivoli nell’indifferenza e allora tutto diviene ammissibile. Credo che mai come in questo periodo non si deve e non si può dare per scontato e per acquisiti quei valori e quei diritti umani che in passato si sono conquistati con tanta fatica. Come ho detto, volevo solo raccontare la storia di George. Volevo dare un volto, un nome a quei tanti “immigrati” che siamo abituati a considerare solo come dei numeri e non delle persone con una storia alle spalle, una famiglia. Se poi l’articolo ti è sembrato banale, presuntuoso o retorico è una tua opinione. Ne ho un rispetto assoluto e forse avrai anche ragione. Io, infatti, non do mai nulla per scontato o per acquisito. Grazie del commento.

Lungi da me l'intento di

Lungi da me l'intento di alimentare un dibattito che non sarebbe comunque destinato a nulla di positivo, sento comunque il "dovere morale" di esternare ancora una volta i miei pensieri, in fondo, senza confronto non c'è conflitto e senza conflitto non c'è progresso. Intanto vorrei ringraziarti per la risposta al mio commento, vorrei, a tal proposito, scusarmi se i miei "toni" ti sono sembrati accusatori. La tesi su cui ruotava il mio breve appunto affermava che siamo tutti bravi (senza togliere a te alcun merito) a scrivere grandi articoli avvalendoci dei molti strumenti che il saper scrivere ci dona. Un esempio potrebbe essere la terminologia "carne da macello" da te usata oppure "nuovi schiavi del ventunesimo secolo in Europa". Questi termini mi sono sembrati fuori luogo perchè ponevano il problema (ed è un problema, togliamoci il falso buonismo dagli occhi; è un problema palese come lo è il perenne stato di guerra civile presente nei paesi da dove gli emigranti salpano) sotto una luce, a parer mio, distorcente della realtà. L'arricchire una situazione concreta di figure retoriche, allegorie, metafore non fa altro che trascinare tale situazione in una dimensione quasi irreale, come quando un abile scrittore arricchisce di toni onirici una didascalia di una bella foto. Mi dici che il tuo intento era quello di raccontare una storia. Forse è lì che si trova l'inghippo. Raccontiamo una storia e tutto finisce lì. Altra questione è, poi, il discorso sui diritti umani. A me sembra che tali diritti siano più che mai rispettati specialmente quando penso agli sforzi che sono stai fatti per sistemare in alloggi "stabili" la popolazione degli zingari (solo per fare un esempio). Tu parli delle persone che periodicamente muoiono nelle navi con cui tentano di approdare in Italia, terra del latte e del miele. Ma di chi pensi sia la colpa? Di noi europei che non garantiamo un viaggio sicuro a questi aspiranti lavoratori o della mafia che c'è dietro ad ogni singolo viaggio, mafia che inculca un immaginario distorto a questa povera gente che pensa di approdare in un paese dove ogni ricchezza sembra raggiungibile? Il male viene sopratutto dai paesi dai quali gli immigrati sono scappati e da una rete di criminalità che non può essere sintetizzata in qualche frasetta ad effetto. La tratta degli schiavi, quella palese almeno, è finita da un pezzo (naturalmente ce ne saranno sicuramente alcune invisibili ma meglio non soffermarci altrimenti si rischia...) Ma ora basta. Volevo solo chiarirmi una volta di più e ti ringrazio del tempo che dedicherai alla lettura delle mie parole