No Tav: riprendeteci e divulgate
No Tav: riprendeteci e divulgate

Giaglione (Susa), 23 ottobre corteo No Tav. Anche in questa occasione ComunicLab era presente. L'obiettivo era quello di indagare quanto i media siano uno strumento voluto o temuto in occasioni come queste. Ecco quello che abbiamo visto e sentito.
Giaglione ore 9.30. A due ore dall'inizio della manifestazione, vicino al campo sportivo del paese valsusino luogo di raduno del corteo No Tav, la presenza dei giornalisti è forte.
Diversi fly campeggiano nella piazza adiacente, le telecamere sono già accese e posizionate e i fotoreporter scattano le prime foto. «Sono più giornalisti che manifestanti», un'affermazione che rimbalza di bocca in bocca. Dopo i fatti del 15 ottobre a Roma è quasi scontato che i media siano presenti, soprattutto dopo gli allarmi su eventuali scontri che telegiornali e giornali hanno ripetutamente messo in circolazione.
In attesa che la manifestazione inizi proviamo a vedere dove passerà il corteo. Faccio un centinaio di metri e poi vengo fermata da altri manifestanti che avevano avuto la mia stessa idea: «le forze dell'ordine non consentono di andare oltre, altrimenti vieni fermato e identificato. C'è una rete per impedire il passaggio». Torno indietro e mentre mi riavvicino al campo sportivo due signori con le bandiere “No Tav” mi chiedono se quello che ho appeso al fianco è un casco, rispondo di sì e loro m'invitano a non portarlo: «siamo qui per manifestare a volto scoperto, di quello non ne hai bisogno». Recepisco il messaggio.
Nel frattempo una giornalista Rai chiede quale sia la situazione al presidio: ci sono una dozzina di persone e le autorità non fanno avvicinare nessuno. Durante la notte chi ha provato a raggiungerli è stato identificato e allontanato. Raggiungo il campo sportivo e la situazione è notevolmente cambiata, i giornalisti ci sono e sono tanti ma ora ci sono molte persone, da diverse parti d'Italia, scese per partecipare alla protesta e tutte a volto scoperto, nessuno ha i caschi, nessuno ha il passamontagna, hanno solo tenaglie per tagliare le reti messe a bloccare il corteo, ma soprattutto per tagliare la rete del cantiere, il vero scopo della manifestazione.
Arrivano notizie di persone bloccate alla stazione di Susa e di altre in macchina che vengono perquisite. Dopo una breve assemblea il corteo inizia a sfilare, le donne vengono messe in testa. I giornalisti sono tutti davanti a riprendere, fotografare e a intervistare. Un ragazzo prova ad urlare contro la stampa, una signora lo ammonisce: «Stai zitto! Loro devono vedere che siamo a volto scoperto, devono dire perché siamo qui!». Si sfila lentamente, non è come in città, la strada è stretta e pericolosa. A scortare il corteo il Legal Team Europa, un’associazione di avvocati che si propone di operare perché sia garantito il libero esercizio dell’attività politica, sociale e rappresentativa dei cittadini e delle loro organizzazioni, affinché siano tutelati i diritti fondamentali.
Si continua a camminare fino ad addentrarci in un sentiero costeggiato da castagni. Un ragazzo prova a raccogliere una castagna per mangiarla, viene fermato: «Non mangiarle sono tossiche. Quando ci sono stati gli scontri qui la polizia ha sparato lacrimogeni fino al paese e ormai non sono più buone da mangiare. I lacrimogeni contengono cianuro». Il corteo prosegue tra canti e slogan contro la Tav, ma presto è costretto a fermarsi, c'è una rete ad ostruire il passaggio. I giornalisti passano per il bosco per riprendere le persone dietro la rete, vengono malmenati dalla polizia. I manifestanti gridano contro le forze dell'ordine, una ragazza col megafono dice: «Non gli piace che ci siano così tanti testimoni, purtroppo per loro però noi siamo importanti».
I No Tav sono determinati ed iniziano a tagliare la rete. La polizia non li ferma ma li controlla. E' una rete per polli, facile da tagliare, l'impressione è che sia stata messa lì per dare il contentino. «Forza tagliamola, siamo qui a testa alta, in maniera pacifica per delegittimare questa opera ingiusta e ricordiamoci che la prossima meta sarà la baita». La baita è dove è situato il presidio che da mesi è stato costituito come forma di protesta. La rete è tagliata e le prime a passare sono proprio le donne.
Giunti al presidio mi si apre uno scenario inaspettato: case sugli alberi, qualche tenda, una cucina da campo, acqua corrente, bagni e barricate per protezione. Un ragazzo mi spiega che molte protezioni sono state rimosse durante la notte dalle forze dell'ordine: «Vieni ti faccio vedere il cantiere». Il cantiere è molto vicino, si vede benissimo, ma non ci spingiamo oltre nel bosco perché ci sono gruppi sparsi di agenti. Qualcuno di questi si copre il volto quando vedono che ho una telecamera, altri invece sono muniti a loro volta di una telecamera e ci riprendono.
Torniamo alle panche del presidio per mangiare un boccone che gli “occupanti” hanno preparato per i manifestanti. Una ragazza che è lì da ben sei mesi mi spiega che è da ieri che non scende dall'albero: «Avevo paura che succedesse qualcosa, sono scesa ora che ho visto che siete qui e siete in tanti». Chi è al presidio si lascia intervistare, ci tengono a spiegare le loro ragioni.
Mentre la gente del corteo continua a confluire nel borgo, gli organizzatori indicono l'assemblea. La decisione è non tagliare le reti del cantiere, sarebbe troppo rischioso visto l'elevato numero di poliziotti e carabinieri. Sarebbe una carneficina dicono. Si ritengo soddisfatti, hanno valicato la zona rossa, si sono ripresi in parte il loro territorio e annunciano che per un anno intero, ogni domenica, i No Tav saranno lì a rivendicare le loro ragioni, finché il cantiere non sarà dismesso. Sono determinati, sono arrabbiati e la loro coesione è indice di un'organizzazione che non lascia spazio a imprevisti. L'aria che si respira non è quella di Roma, come dice uno dei promotori del movimento: «questa è disobbedienza civile, ditelo».
La polizia scende a compromessi con il movimento, lascerà passare il corteo per il sentiero, così da far rientrare tutti senza costringere le persone a passare per il bosco. Si sta facendo buio e sarebbe pericoloso. Mentre si torna indietro molte persone si fermano a parlare con gli agenti: «dovete difendere noi, non i mafiosi, perché quel cantiere è messo su dalla mafia». Molti uomini delle forze dell'ordine rimangono in silenzio, altri provano a giustificarsi: «noi eseguiamo gli ordini». La gente non ci sta, ricorda loro che eseguono ordini di un governo che li ha messi alle strette, non si può giustificare la repressione che hanno messo in campo.
Nonostante qualche scontro verbale, nessun atto violento è stato messo in atto, né dai manifestanti né dalle forze dell'ordine e mentre si torna al paese gli organizzatori esortano, chi è munito di macchinette fotografiche e telecamere, a riprendere il cantiere e a divulgare su internet: «fatelo vedere che è solo una base militare». Raggiunto di nuovo il campo sportivo di Giaglione la manifestazione si scioglie ma si ricorda che la lotta contro il treno ad alta velocità non è finita ed invitano tutti a partecipare e a documentare le azioni del movimento, saranno lì per 52 domeniche di fila, quindi un anno, finché il territorio non sarà più militarizzato e i lavori cesseranno.