Giorgio Anselmi, - direttore de L'Unità Europea, il mensile dell'MFE - sostiene che l’unica via d’uscita sia affidare all’Europa il compito di promuovere la crescita, dotandola dei mezzi necessari: in primis di un Tesoro europeo, in grado di raccogliere risorse attraverso tasse europee e ricorrere agli Eurobonds. Convinto che un governo di emergenza per far fronte a un’esigenza di risanamento della finanza pubblica italiana, sia una falsa alternativa, Anselmi afferma la necessità di un governo di responsabilità nazionale.
“Il risanamento è la condizione per riacquistare voce in Europa e per contribuire da protagonisti a costruire la nuova architettura istituzionale europea.” Propone in uno slogan una soluzione per l’Europa: “gli Stati Uniti d’Europa, progetto politico inteso come nuovo modello di statualità federale”.
Qual è la motivazione che l’ha spinta a diventare un esponente del Movimento federalista europeo e di una nuova unità europea al livello sociale, economico e politico?
Una motivazione essenzialmente morale. Anagraficamente appartengo alla generazione del '68. Come ha scritto Ortega y Gasset, in politica è immorale proporre dei fini senza indicare i mezzi per raggiungerli. Ebbene, già negli anni '70 era evidente che questo era stato il grande errore della mia generazione. Un errore che ha condotto alcuni alla tragica scelta del terrorismo. Per dirla con Altiero Spinelli, alla fine l'unità europea mi parve come l'unica strada per conciliare Machiavelli e Kant, la politica con la morale. Per aggiungere una nota personale: quando non molti anni fa un cattivo maestro della mia generazione, Toni Negri, per di più docente in quella università di Padova dove ho studiato, ha affermato che “solo la continuazione della costruzione europea può consentire di costruire delle alternative globali”, ho stappato la miglior bottiglia di Recioto della mia cantina. Era il riconoscimento che i veri rivoluzionari era stati i visionari di Ventotene: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Non quelli che si illudevano o si illudono di cambiare il mondo con qualche bottiglia molotov. Alle stesse conclusioni sono arrivati non a caso due leader di quegli anni come Joschka Fischer e Daniel Cohn-Bendit.
Quali sono gli scopi del MFE come proposta di soluzione per l’Europa?
Si potrebbe rispondere con uno slogan: gli Stati Uniti d'Europa. Ma servono due precisazioni. Innanzi tutto l'unificazione europea è nata come un processo graduale, non come un trasferimento di sovranità dagli Stati nazionali all'Europa con una decisione unica e irrevocabile. Ha prevalso il metodo funzionalistico: se è partiti dal carbone e dall'acciaio e si è arrivati alla moneta. Nello stesso tempo i Paesi membri sono aumentati da 6 a 27, il che ha complicato non poco le cose. In secondo luogo, noi ci rendiamo conto oggi che la Federazione europea sarà ben diversa dagli Usa, perché è impensabile che nazioni con un peso ed una storia come la Francia, la Germania o l'Italia finiscano per essere ridotte al ruolo del Colorado, dell'Arizona o della stessa California. Insomma, in Europa stiamo costruendo un nuovo modello di statualità federale, che potrà essere poi proposto al mondo intero.
Qual è il suo punto di vista sull’attuale situazione politico-economica che sta attraversando lo scenario europeo?
L'euro è una moneta senza Stato. I federalisti europei, pur consapevoli di questa contraddizione, si sono battuti per la moneta unica, che considerano la loro più importante vittoria dopo l'elezione diretta del Parlamento europeo. Non ignoravano però che prima o poi il nodo andava sciolto. Oggi è arrivato quel momento. Come si è visto in questi tre anni, i governi nazionali le provano tutte per evitare di bere l'amaro calice della rinuncia ad un'altra bella quota di sovranità nazionale. Ma invece di risolvere la crisi, come ci promettono ad ogni vertice, finiscono per aggravarla. La mancanza di un vero governo europeo è all'origine dei nostri mali. Ebbene, che cosa hanno escogitato i nostri baldi governanti sotto la guida della coppia Merkel - Sarkozy? Di diventare essi stessi il governo europeo. Sarebbe come se il governo dell'Italia fosse affidato ai 20 presidenti di regione. Ormai i mercati decretano il fallimento di questi tentativi prima ancora di conoscere i risultati dei vertici.
Quali sono le contromisure ipotizzabili per affrontare una situazione di incertezze e instabilità?
Nel Contesto di Sciascia un personaggio chiede: «Ma non vede quel che succede nel nostro Paese? I nodi vengono sempre al pettine». «Quando c'è il pettine», conclude amaramente l'altro. Gli Stati nazionali ormai non sono nemmeno in grado di rendersi conto che i problemi rimasti irrisolti corrono il rischio di scoppiare tutti insieme. La miscela esplosiva della crisi finanziaria e della crisi debitoria degli Stati ci sta rapidamente ributtando in recessione. Il risanamento dei debiti pubblici è una strada obbligata, ma da solo certo non basta. Come insegna il caso della Grecia, una cura da cavallo con aumento delle tasse e diminuzione delle spese fa precipitare il Paese in una spirale recessiva. L'unica via d'uscita è confermare il rigore a livello nazionale, ma affidare all'Europa il compito di promuovere la crescita. E per far questo bisogna dotarla dei mezzi necessari. Mettere in piedi un Tesoro europeo in grado di raccogliere risorse attraverso tasse europee come la carbon tax sulle emissioni di carbonio e la Tobin tax sulle transazioni finanziarie. E nello stesso tempo ricorrere agli ormai famosi Eurobonds. Ma non per pagare in tutto o in parte i debiti nazionali, che vanno saldati da chi li ha fatti. Invece per lanciare un grande piano europeo di investimenti in grado di rompere quella spirale risanamento - recessione - aumento del debito che ci farebbe finire nel baratro.
Un governo di emergenza per far fronte a un’esigenza di risanamento della finanza pubblica italiana o prettamente idoneo a seguire una precisa linea europea?
E' una falsa alternativa. Per questo da due anni il MFE sosteneva la necessità di un governo di responsabilità nazionale. Il risanamento è la condizione per riacquistare voce in Europa e per contribuire da protagonisti a costruire la nuova architettura istituzionale europea. E' certamente vero che l'Italia ha bisogno dell'Europa per curare i suoi antichi mali, ma è altrettanto vero che l'Europa ha bisogno dell'Italia. In alcuni importanti passaggi il nostro Paese ha avuto un ruolo decisivo. Dai tempi di De Gasperi ed Einaudi fino al Trattato di Maastricht. Fatti i compiti a casa, Monti ha tutto il diritto di dire alla coppia Merkozy che la loro ricetta non può funzionare e che un direttorio franco-tedesco, se può aver avuto qualche giustificazione nel breve termine, non può certo proporsi come il governo dell'Europa. La reazione degli altri governi e degli altri popoli alla lunga finirebbe per spazzare via lo stesso processo di unificazione europea. Quel processo che, con tutti i suoi difetti, ci ha dato più di sessant'anni di pace e di prosperità.
Intravvede possibili scenari futuri?
Due, uno in Europa ed uno nel mondo. In Europa dobbiamo arrivare alla democrazia europea. La crisi ha fatto evaporare le sovranità nazionali. Non a caso si parla di commissariamento di alcuni Paesi, compreso il nostro. E' evidente che dopo 10 anni di moneta unica l'Eurozona ha un più alto livello di integrazione e problemi impellenti da risolvere. La risposta non può essere però un governo fatto dai governi nazionali e dunque fondato inevitabilmente sui diversi pesi che essi hanno. Sarebbe il ritorno al concerto europeo e al Congresso di Vienna! Si tratta invece di costituzionalizzare l'Eurozona, trasformandola in una federazione e facendo recuperare a livello europeo quei poteri democratici che i cittadini hanno perso a livello nazionale. E trovando il modo di far coesistere il nucleo federale costituito dai Paesi dell'euro con la più ampia Unione dei 27. Naturalmente lasciando sempre aperta la porta a chi vuol passare dalla seconda al primo.
A livello mondiale, fallito il sogno americano di imporre un ordine al mondo, è già nato un sistema multipolare. Questo è il significato profondo del passaggio da G8 al G20. In questa fase è inevitabile che siano i governi dei paesi più importanti a costituire una specie di direttorio mondiale. Le contrapposte ragion di Stato hanno impedito però che si arrivasse a qualche risultato, a parte una limitata riforma del FMI. Due sono gli obiettivi dei federalisti, che vogliono unire l'Europa per unire il mondo: il passaggio dall'egemonia del dollaro ad un sistema monetario che prefiguri la nascita di una moneta mondiale e che eviti le guerre valutarie; un accordo vincolante sul clima che fermi la febbre del Pianeta e che consegni un mondo vivibile alle future generazioni.
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Giorgio Anselmi, laureato in Lettere all’Università di Padova ed in Filosofia all’Università di Milano, milita nel Movimento Federalista Europeo dal 1979, l’anno delle prime elezioni europee. Col Congresso di Verona del 1987, che ha organizzato, è entrato in Direzione nazionale. Dal 1989 al 1993 è stato vicesegretario nazionale e dal 1997 al 1999 tesoriere nazionale. Ha fondato e diretto la rivista “Veneto federalista”. Insieme con Arnaldo Vicentini ha pubblicato il volume “Federalismo e Unione europea” (Edizioni Praxis, Bolzano 1994). Nel 1999 ha fondato la Casa d’Europa di Verona e dal 2002 al 2005 è stato direttore dell’Istituto di Studi Federalisti “Altiero Spinelli”. Nel Congresso di Forlì del 2005 è divenuto segretario nazionale del Movimento Federalista Europeo. Lasciata questa carica col Congresso di Gorizia (marzo 2011), è stato nominato direttore de "L'Unità Europea", il mensile del MFE fondato al Altiero Spinelli nel 1943.