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Nuovi confini della televisione

Servizio Pubblico

Nuovi confini della televisione

di FRANCESCO CUCCINIELLO (11 01 2012)
 
 

 Il giorno otto ottobre duemilaundici Michele Santoro ha lanciato un video in cui chiedeva una donazione di dieci euro per far partire il suo nuovo programma: Servizio Pubblico.

Scaricato dalla Rai, con una notevole perdita dal punto di vista non solo economico, ma anche dell’immagine dell’azienda che dovrebbe fornire il “vero” servizio pubblico, Santoro ha dovuto ricorrere quindi a canali di produzione e di distribuzione alternativi mai adottati prima in Italia per un programma televisivo.

Servizio Pubblico va in onda su una serie di emittenti regionali, sui principali canali di Sky e sul web, in particolare sui siti dei quotidiani La Repubblica e Il Fatto Quotidiano, oltre che sul proprio sito internet. Servizio Pubblico si pone quindi come una sorta di format indipendente dalle emittenti per andare in onda, ma che si appoggia a queste per poter raggiungere una fetta considerevole di pubblico che preferisce usufruire di contenuti televisivi comodamente seduto in poltrona, magari senza fare troppa attenzione, cosa invece richiesta su internet nonostante il contenuto del programma, o che addirittura non riesce ancora ad approcciarsi a questo nuovo modo di vedere la televisione.

Nello specifico credo che uno dei problemi del programma sia proprio quello di non adattarsi pienamente a questo medium, scegliendo un formato più lungo e lento del precedente Anno Zero, invece di premere sull’acceleratore e privilegiare una formula più agile e che magari possa protrarre la discussione lungo tutto l’arco della settimana.

In quarantotto ore circa Servizio Pubblico ha raggiunto duecentomila euro e le donazioni sono continuate ad arrivare, ancora oggi infatti è attivo il link sul sito internet per fare la donazione. La prima puntata, andata in onda il tre novembre, ha realizzato il 12% di share, un risultato che va oltre le più rosee aspettative, e questo può essere letto come un segno che forse l’Italia, o meglio gli italiani, sono pronti per uscire fuori dalle dinamiche del duopolio televisivo Rai-Mediaset e diventare il centro della propria idea di tv. La pay-tv ha in parte sdoganato il mito del palinsesto grazie ai dispositivi di time-shifting che annullano l’idea di un palinsesto precostituito ad hoc da esperti con l’unico fine di massimizzare gli ascolti e confezionare un target da vendere per gli spazi pubblicitari, presenti anche se chiaramente in misura molto minore rispetto alla classica televisione generalista e commerciale. Grazie ad internet gli utenti cercano i programmi e arrivano anche a finanziarli pur di poterli vedere in onda. Si creano quindi delle comunità di fan spontanee che dimostrano una fedeltà al programma maggiore di quanto possa descrivere qualunque grande numero alla voce “permanenza” dell’Auditel, e, qualora dovesse sentirsi tradito o deluso, molto probabilmente continuerebbe a vederlo, se non altro per il fatto che lo ha pagato ed è quindi meno incline ad abbandonarlo. Queste persone fanno sì che la discussione intorno al programma non si esaurisca mai e si vada a costituire quasi una sorta di “brand” intorno al programma, dove il pubblico si sente parte di una comunità, sensazione ancora maggiore per gli italiani che manifestano in ogni modo possibile il loro dissenso verso la politica e il governo.
Questa stretegia, chiedere contributi e donazioni per qualcosa che non è ancora andato in onda, ricorda un po’ quella, tipica alla fine degli anni novanta fra i gruppi musicali indipendenti, quindi senza grandi budget e distribuzione, di chiedere un anticipo sul disco ai propri fan per potersi permettere uno studio di registrazione e produrre i proprio dischi. Con la diffusione di Internet il fenomeno si è ampliato a dismisura. Esistono oggi piattaforme che ti permettono di esporre la tua idea e di chiedere alle persone degli anticipi per sviluppare i propri progetti. Le idee sono di qualunque tipo, dai dispositivi meccanici per migliorare le prestazioni delle auto a cose impensabili per la grande distribuzione ma che, grazie a questi siti, riescono a intercettare direttamente un pubblico specifico che cerca proprio quel particolare oggetto. Il principio è quello di distribuire le spese fra i potenziali acquirenti che contribuiscono con cifre irrisorie, prese singolarmente, ma che messe insieme costituiscono un bel budget per una piccola distribuzione o per sviluppare prototipi che potrebbero realmente interessare le aziende specifiche.
Questo fenomeno è chiaramente sviluppato maggiormente negli Stati Uniti ed ha portato anche alla creazione di web series che stanno riscuotendo un buon successo di pubblico e di critica. È il caso di “Pioneer One”, una serie fantascientifica low-cost che ha raggiunto circa ottantamila dollari di donazioni da persone per lo più anonime tramite la piattaforma Vodo che si occupa proprio di proporre web series fruibili gratuitamente dal proprio sito, e che possono anche essere scaricate, con diverse qualità di definizione, a prezzi diversi e molto accessibili, oltre alla possibilità di fare le donazioni vere senza una cifra stabilita a priori. Pioneer One si mantiene inoltre con i soldi che derivano anche dal merchandising, un tipo di risorsa magari molto marginale per un grande network e una grande produzione televisiva, ma assolutamente non da sottovalutare per una piccola produzione di questo tipo che si rivolge ad una comunità di fan molto legata al prodotto.
Oltre a queste strategie credo che Pioneer One incarni l’ideale del modello di ciò che saranno i prodotti, soprattutto le fiction, che popoleranno le “nuove televisioni”. La serie è fantascientifica, negli ultimi anni è infatti cosa molto comune anche nella normale televisione rientrare più strettamente nelle storie di genere, ritenute prima di poco appeal verso i non appassionati o per la grande platea, ne sono esempio infatti i vampiri di “True Blood”, gli zombie di “The Walking Dead”, il genere fantasy con “Game of Thrones” o il recentissimo horror “American Horror Story”. Seppur queste serie privilegiano le atmosfere tipiche dei vari generi a cui appartengono hanno tutte in comune il sottotesto di raccontare le relazioni umane dei protagonisti, in alcuni casi anche in maniera abbastanza forte. La scrittura, che ha sempre fatto la fortuna delle fiction americane, deve, per questi prodotti, fare un ulteriore salto di qualità, dovendo creare mondi “alternativi” e prevedere modalità con cui gli spettatori/utenti possano interagire, una cosa che da “Lost” in poi tutte le serie dovrebbero prevedere.
In sintesi quindi credo che Servizio Pubblico, nonostante non porti nulla di nuovo nel modo di fare la televisione, e nel genere dell’approfondimento politico in generale, sia il primo tentativo di portare contenuti tipici del broadcast fuori dai canali di questo e possa inoltre essere la possibilità per il pubblico italiano per cominciare a pensare fuori dagli schemi del duopolio televisivo e della sovranità del sistema televisivo italiano.
 
 
(Articolo scritto per il corso di “Economia dell’audiovisivo e del multimediale”)