Il ruolo delle tecnologie non sfugge allo schema adottato nel libro che, nel capitolo “Le ambigue promesse della tecnologia”, propone una versione aggiornata del Problema del controllo (almeno della tradizione frequentata, ad esempio, dalla cibernetica di Wiener). In sostanza: le tecnologie sono insieme protagoniste del cambiamento e strumento per la gestione umana del cambiamento stesso. Fino a che questa gestione non diventa troppo complessa da sfuggire al controllo dell’essere umano. A quel punto, diventa necessario fidarsi della tecnologia, affidando ad essa il compito di traghettarci verso il domani.
Il capitolo ci prospetta 3 scenari di questa scommessa al futuro. Nel primo, il futuro ci appare come un mondo (abbastanza) meraviglioso: l’essere umano, con l’aiuto del supercoputer di turno, sarà in grado di affrontare le sfide dello sviluppo (sintetizzando: risorse in tendenziale esaurimento, popolazione in tendenziale aumento e un modello di sviluppo che consuma se stesso). Certo perderà la capacità di decidere autonomamente ma, a ben pensare, prima di scegliere l’abbonamento per la vostra rete domestica avete “fatto da soli” o vi siete affidati a una vecchia tecnologia come la scrittura per fermare su carta i prezzi e le caratteristiche dell’offerta?
Il secondo scenario non è così rassicurante: sciami di nanoparticelle (assassine! Ça va sans dire), virus sfuggiti al controllo dei laboratori (parliamo di ipotesi, chiaramente), e in ultima analisi un futuro che può fare a meno di noi. Sullo sfondo, un sistema di distribuzione delle risorse che rende ancora più inaccettabile la differenza tra pochi fortunati e tutti gli altri.
La terza ipotesi di futuro prova a rimettere al centro gli essere umani, ponendo la questione in termini di connessione. Lo sviluppo della tecnologia potrebbe infatti offrire la possibilità di intensificare i collegamenti tra gli essere umani, scoprendo un sorprendente uovo di Colombo: la qualità del nostro destino deriva dalla qualità media del futuro che sapremo condividere con i nostri coinquilini. I greci antichi avevano già colto la morale della favola mettendo insieme, nel famoso adagio, il pianto di Atene con il sorriso di Sparta.
Al di là dei temi specifici affrontati nel lavoro di Gianluca Comin e Donato Speroni, una cosa sembra fuor di previsione e funziona come messaggio forte del libro. Le azioni e le scelte del nostro presente hanno conseguenze nel futuro e non possiamo pensare di vivere un presente che non ci convince sperando che qualcuno risolva per noi i problemi. Ad essere messo in discussione è (o forse, più laicamente, dovrebbe essere) l’attuale modello di sviluppo e la tendenza a non alzare mai lo sguardo oltre i nostri rassicuranti confini (geografici, culturali, temporali). Non sappiamo, quindi, se sarà davvero tempesta (e se sarà così perfetta da non concederci un altro giro di giostra), ma una cosa appare chiara: la spazzatura che stiamo nascondendo sotto il proverbiale tappeto, inizia a essere troppa. Scommettiamo che così non va?