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Quando la realtà diventa fiction

Intervista a Milly Buonanno

Quando la realtà diventa fiction

di MARIA GABRIELLA LANZA (16 03 2012)
 

Se da sempre la nostra memoria popolare si nutre di esperienze condivise, personaggi mitici e realtà rielaborate, oggi la fiction italiana, il più grande narratore della contemporaneità, sembra aver perso la sua capacità di arredare il nostro immaginario, di creare mondi possibili e desiderabili. Ma allora qual è la strada per uscire dalla crisi creativa che ha colpito la fiction? Lo abbiamo chiesto a Milly Buonanno, docente presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale e direttrice dell’Osservatorio sulla fiction italiana. “Una crisi di carattere finanziario ed economico c’è, ma l’aspetto più preoccupante della fiction contemporanea italiana è che sembra avere scarso rilievo, scarso spessore e quindi non assolve al suo ruolo che è quello di farci ripensare il mondo e vivere la realtà alla luce di un immaginario potente”. Per salvare la fiction basta guardare indietro, al tempo in cui il vero protagonista era il racconto. Oggi, invece, se la creatività scarseggia, si sceglie di puntare tutto sulla rielaborazione di fatti di cronaca realmente accaduti. Una filosofia che Sky sembra aver accolto: dopo il successo di Romanzo Criminale, il 12 e il 19 marzo, andrà in onda su Sky Cinema la miniserie “Faccia d’Angelo”, una produzione tutta italiana, che vede l’attore Elio Germano nei panni del boss della “mala del Brenta”, Felice Maniero.



“I racconti che hanno un impatto sull’immaginario sono racconti forti, significativi, che ci dicono qualcosa che noi sentiamo importante, che sentiamo risuonare nella nostra memoria, che sentiamo coincidente con le nostre esperienze (..). La fiction sta perdendo la capacità di arredare, abitare, popolare il nostro immaginario”. Ecco la ragione della crisi della fiction di casa nostra secondo Milly Buonanno. Una fiction che fatica a parlare un linguaggio comune, con storie che abbiano una portata universale. Sembrano lontani i tempi in cui la serie italiana la “Piovra”, prodotta nel 1984, era esportata in 80 paesi nel mondo. “La Piovra è la più grande, la più potente, la più immaginifica delle storie che la fiction italiana è riuscita a creare e che era uno straordinario impasto di realtà perché prendeva spunto dall’ autentica e drammatica realtà della vita sociale italiana e però la rielaborava alla luce di un immaginario poderoso. Ancora oggi la Piovra resta nella memoria collettiva”.

Oggi la fiction italiana ha scelto di puntare sul sicuro: tanti fatti di cronaca, dal delitto di Via Poma alla banda della Magliana e poca originalità. Su questa scia sembra collocarsi la serie, in onda il 12 e 19 marzo su Sky Cinema, “Faccia d’Angelo”. Una miniserie che spera di ripetere il successo di Romanzo Criminale, raccontando l’ascesa e il declino di Felice Maniero, il boss della “mala del Brenta” che negli anni ’80 ha seminato terrore nel nord est italiano. Una parabola discendente che non manca di mettere in luce l’azione delle forze dell’ordine che hanno dato per anni la caccia ad uno criminali più spietati della nostra storia. Successo, denaro, cinismo ma anche onestà e legalità: sono, dunque, questi gli ingredienti di “Faccia d’Angelo”, l’ennesima serie su fatti di cronaca romanzati, che sembrano però avere un fascino radicato nel pubblico.

Il rischio naturalmente è quello di produrre una fiction autoreferenziale, chiusa nei confini di casa nostra: “la fiction italiana non è mai stata particolarmente spendibile all’estero. (..) I racconti che viaggiano sono quelli che hanno una qualche valenza di universalità, che possano essere capiti a Messina come a Lucano (..). La nostra fiction è anche un po’ parrocchiale, è fatta espressamente per un pubblico italiano, quindi i suoi principali riferimenti sono al contesto italiano. Quasi mai personaggi, situazioni e vicende italiane, nel modo in cui sono raccontate, sono in grado di superare le frontiere ”.

Una tendenza che non rispecchia la storia del nostro paese: “l’Italia è sempre stata un crogiolo di culture e da questo punto di vista direi che la fiction italiana non riflette questa capacità di ibridazione. Alcune delle cose più interessanti dell’intera storia della fiction italiana sono, non a caso, il frutto di mescolamenti, ibridazioni, imprestiti da altre culture”. In questo la fiction americana, la più esportata al mondo, è maestra.

Già nel 2001, nella serie tv “24”, gli americani si erano abituati a vedere un presidente nero al comando della Casa Bianca. Un piccolo particolare che la dice lunga sulla potenza che la narrativa mediale ha sull’immaginario collettivo e che rimarca ancora di più la differenza con la fiction di casa nostra. Una fiction ancorata saldamente alle proprie certezze, che ha perso la capacità di allargare lo sguardo ad un orizzonte ben più esteso di quello rappresentato oggi nelle serie tv.