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I MEDIA NON FANNO LA RIVOLUZIONE

Media e rivoluzioni non vanno di pari passo come potrebbe sembrare. I new social sono portatori delle idee del cambiamento ma le rivoluzioni si basano su questioni economiche e geopolitiche.

I MEDIA NON FANNO LA RIVOLUZIONE

di DAVIDE SERUSI (11 05 2012)

Internet, Facebook e Twitter hanno sicuramente inciso sulla primavera araba ma non sono stati strumenti determinanti per la stessa. Nonostante lo sviluppo dei social media e del web 2.0 che ha allargato le reti di comunicazione da parte dei politici, sembra difficile pensare che i new media siano la chiave per la caduta dei regimi.

Però non si può dimenticare quanto sia stato importante il ruolo di internet nella campagna elettorale che ha portato Obama alla presidenza degli Stati Uniti oppure alla rivoluzione iraniana su Twitter nel 2009. Tutto ciò ha comportato una trasmissione veloce delle notizie superiore alle censure dei vari regimi.

Uno studio ha dimostrato che nei Paesi del golfo dove Internet è più diffuso la situazione istituzionale è cambiata di meno rispetto agli alti paesi, studio che farebbe cadere la teoria che associa un parallelismo tra rivoluzione e new media.

Al contrario, i paesi con una minore penetrazione di web e media sono quelli con un indice di stabilità minore, quindi l'instabilità sarebbe dovuta a problemi politici interni ai vari regimi. Nei paesi con una situazione politica ben definita non corrisponde una turbativa dell'asse istituzionale. Il rapporto tra business e politica, è fondamentale per capire solo se la rete può essere un fattore di cambiamento istituzionale oppure no. La grande opportunità di fare affari con i media, che sono un settore in netto sviluppo, pone i governi più ricchi nella possibilità di controllarli creando una sorta di mediazione tra politica e interessi economici con i media che si servono della politica e quest'ultima che si pone al servizio dei media stessi.

I paesi con un minore indice di stabilità sono anche quelli in cui il rapporto tra politica e imprenditoria pende a favore della prima, mentre nei paesi più stabili il mondo del business può influenzare di più le scelte politiche. I principali gruppi economici di questi paesi necessitano di una presenza sul mercato delle telecomunicazione per mantenere attiva la rete degli affari. A questo punto i Governi si trovano costretti a scendere a compromessi e a limitare l'uso dei nuovi media per mantenere stabile il proprio potere. Se i regimi decidessero di non aprire le porte ai media creerebbero un forte danno economico, gli interscambi di Internet sia esterni che interni portano conseguenze positive dal punto di vista economico. Ci sono casi di chiusura totale come quello della Corea del Nord che ha chiuso i rapporti con l'imprenditoria della comunicazione.

Ci sono tre barriere negative nei regimi: 1) economica: internet è considerato un lusso, solo una piccola fetta della popolazione vi può avere l'accesso; 2) tecnologica: la connessione è limitata solamente ad alcune aree del territorio; 3) politico:il controllo del governo sui media e il loro livello di credibilità agli occhi dei cittadini. Le nuove forme di tecnologia consentono una maggiore controinformazione ma al tempo stesso rafforzano i controlli da parte dei governi. In Tunisia l'attività di opposizione risale al 2007 e quindi prima della primavera araba quando vennero censurati Facebook, Youtube e alcuni blog senza un'attività di rivoluzione dato il basso grado di sviluppo dei nuovi media 5 anni or sono. Si è dovuto attendere uno sviluppo di questi agli occhi dell'opinione pubblica affinché potessero diventare forti veicoli di cambiamento.

Inoltre è fondamentale la geopolitica di uno Stato, i social media sono portatori di un cambiamento se all'interno del contesto economico e politico non vi sono delle influenze. Quindi i social media non si possono considerare portatori di cambiamento istituzionale ma canali attraverso i quali far conoscere le idee del cambiamento.