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Se anche la Chiesa diventa un povero Cristo

Quotidiani vs. istituzioni: tribunali civili o gogne mediali?

Se anche la Chiesa diventa un povero Cristo

di MARIO MORCELLINI, PAOLO FEDELI, FRAMCESCO MARCHIANò, CHRISTIAN RUGGIERO (13 07 2012)
foto di Danny Chapman sotto licenza creative commons.
 

 È giunto il momento, per quanti si occupano di recensire criticamente le caratteristiche cultural e professionali del giornalismo italiano, di formulare una proposta ambiziosa: costruire una piattaforma di recensione sistematica del rapporto tra media e società, attraverso l’analisi dei rapporti di potere ed influenza tra il giornalismo e le istituzioni forti della società italiana. 


Adottare questo punto di vista provoca non poche sorprese: è utile, in proposito, analizzare la storia del “corvo”, degli intrighi che animerebbero le stanze più recondite del Vaticano e del loro svelamento. Come suo solito, il giornalismo (non solo di carta stampata) sta cavalcando la polarizzazione delle opinioni mutuata dal dibattito politico, e sacrificando la credibilità sull’altare dell’esasperazione del conflitto. Ma questo volta sembra anche puntare a misurarsi con un’istituzione “storica” come la Chiesa, a scavalcarne la capacità di mediazione e di assorbimento degli episodi potenzialmente dequalificanti, e ad istituire un nuovo equilibrio di potere. Studiare le modalità e i tic con cui un’istituzione percepita da tutti, laici e cattolici, come un centro di potere stabile, anzi secolare, viene sottoposta a un rituale di degradazione sulla base di un plot narrativo da libro giallo che nessuno scrittore di successo si sognerebbe più di utilizzare è importante per dimostrare un assunto ormai difficilmente negabile: i media, forti con i deboli e deboli con i forti, si attivano solo quando possono delegittimare qualcuno. Sembra diventato il vero piacere dei media.

 

Si tratta di un processo leggibile anzitutto in prospettiva storica. Nella fase che possiamo definire, per una volta senza animo critico, “pedagogica”, i media hanno raccontato rapporti sociali che funzionavano e ponevano le premesse implicite per un’alta significatività del sociale. Ma da un certo punto del suo sviluppo, la comunicazione è diventata un destabilizzatore dell’immagine della politica e della società. Allo stesso tempo, sembra aver perduto la sua capacità di dialogare con le istituzioni, ed ha iniziato invece a porsi in funzione di pericolosa supplenza rispetto ad esse. Ancor più radicalmente, ha preteso di diventare l’unica fonte di autorità morale del paese, con un atteggiamento e stili di comportamento che ricordano (mutatis mutandis) quelli che, nel vuoto di potere politico all’inizio degli anni Novanta, ha assunto la magistratura. Tale cambiamento nei rapporti di forza rischia di tradursi in un vero e proprio mutamento di sistema democratico che, come sappiamo dalla nota lezione di Montesquieu, deve avere al suo interno un equilibrio di poteri e contropoteri. Ma nella società attuale, chi elegge i media? Quando scade il loro mandato? Chi è in grado di rimuoverli dal loro incarico se dimostrano di mancare alle loro promesse?
La comunicazione ipertrofica ha assunto un potere d’influenza sproporzionato sulla società e sulle coscienze degli uomini, e ha potuto farlo anche in funzione della ritirata delle altre istituzioni – pensiamo ad esempio alla Scuola, ma anche alla Chiesa stessa – rompendo di fatto il dialogo interistituzionale. La scomparsa di attori antagonisti provoca un profondo mutamento del sistema nel suo insieme: se i luoghi pubblici vengono meno, la società si trasforma in un rapporto privatistico che non lascia spazio a valori condivisi. Si tratta di un processo per certi versi prevedibile di disintermediazione. Ma difficilmente sarebbe stato possibile immaginare il modo in cui i media avrebbero interpretato tale ruolo di killer application delle altre istituzioni, mostrando preoccupanti atteggiamenti di esaltazione nel colpire ripetutamente i soggetti più deboli.

È il caso del fuoco di sbarramento aperto sulla Chiesa per la vicenda del furto dei documenti privati del Papa. La storia è singolarmente lunga e articolata, come nella migliore tradizione della serialità, e il riferimento non è all’inchiesta, ma alla fiction.
A fine gennaio, la trasmissione Gli intoccabili di Gianluigi Nuzzi svela una vicenda di documenti riservati usciti dalle segrete stanze del Vaticano e resi pubblici, e la sottostante trama di intrighi che vede alti prelati della Santa Sede all’opera in un’avvelenata lotta di potere contro l’azione riformatrice di Benedetto XVI.
Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, si scaglia efficacemente e senza troppe concessioni alle eleganze verbali contro il sistema dei media, accusato di faziosità e discutibilità dei metodi, ma i suoi ammonimenti non scoraggiano la scomunicazione giornalistica: il 10 febbraio, Marco Lillo, sulle colonne de Il Fatto Quotidiano, titola “Complotto contro Benedetto XVI entro 12 mesi morirà”. L’annuncio, basato su dichiarazioni del Cardinale Romeo nel corso di colloqui in Cina, rimbalza su tutte le testate, anche se la fonte dello scoop viene molto raramente citata.
Il fiume carsico dell’informazione è ormai in piena: a metà marzo Ratzinger ordina un’inchiesta interna, e alla fine di aprile la vicenda dei documenti segreti assume dimensioni tali da meritare l’istituzione di una Commissione cardinalizia.
Nella seconda metà di maggio, gli eventi precipitano: a fronte della nuova pubblicazione di documenti privati del Pontefice, il portavoce vaticano rubrica la fuga di notizie come atto criminoso, mentre il racconto dei media si arricchisce di una nuova figura, tratta di peso dal gergo della malavita organizzata: il delatore anonimo, il corvo, che il 26 maggio viene finalmente identificato nella figura di Paolo Gabriele, aiutante di camera di Benedetto XVI.
Più che prevedibili le reazioni dei giornali italiani, che si inseguono in titoli-fotocopia (sempre più frequenti il giorno dopo l’evento), ma stavolta presi di peso dai libri gialli, e con assoluta indifferenza alla collocazione politica della testata:

“È lui il corvo del Vaticano”: a casa del maggiordomo le carte segrete del Papa

la Repubblica

Arrestato il “corvo” del Vaticano: è il maggiordomo del Papa

Il Secolo d’Italia

Il “corvo” vaticano è il maggiordomo di Papa Ratzinger

L’Unità

Svolta sul “corvo” vaticano: è il maggiordomo del Papa

Il Giornale

Vaticano, scoperto il “corvo”: è il maggiordomo del Papa

Il Messaggero

Durante tutto il mese successivo, la vicenda si nutre della consueta dietrologia da complotto (“Un cardinale dietro il corvo”: ecco l’ipotesi degli inquirenti, Il Messaggero, 28 maggio; Corvo – il simbolo di tutte le trame dentro i palazzi del potere, la Repubblica, 31 maggio; Vatileaks, erano tracciate le ultime carte del corvo, La Stampa, 5 maggio), potendo oltretutto giovarsi della rimozione di Ettore Gotti Tedeschi dalla carica di presidente dell'Istituto per le Opere di Religione (Il corvo vola dagli USA e non è in mano ai preti, Libero, 8 giugno; Vaticano, verità e rinnovamento per uscire dalla notte dei corvi, Il Messaggero, 21 giugno).

Nuove presunte rivelazioni seguono all’identificazione del Corvo, tali da richiedere nuove smentite, dirette come difficilmente le dichiarazioni ufficiali di una Sala stampa sanno essere. Ecco un esempio di Ufficio stamta tutt’altro che curiale: “Devo smentire tassativamente che ci sia un Cardinale italiano sospettato, o che ci siano delle donne anche indagate, o che ci sia una donna incaricata di coordinare un gruppo di persone che fanno inchiesta sulla situazione. Sono tutte indicazioni assolutamente false” dichiara il 28 maggio padre Lombardi.
Sembrerebbe un caveat chiarissimo ai media, e infatti l’intervento di Padre Lombardi influenza chiaramente i telegiornali e le testate della mattina successiva. Non manca però qualche bella prova di giornalismo schierato;  quella stessa sera, il conduttore di un noto programma radiofonico, Zapping, in onda sul primo canale RAI, registra tali precisazioni in modo quasi formale, perché subito dopo ritorna a dare come una notizia quanto riportato da un giornale del mattino, edito dunque prima della smentita della Sala stampa vaticana. Con intrepida indifferenza alla sequenza temporale degli eventi e alla necessità etica di tener conto della novità costituita da un brusco richiamo ai fatti da parte di Padre Lombardi, Aldo Forbice si dilunga comparativamente di più proprio su uno degli eventi smentiti: “In un’intervista di un quotidiano, però, uno dei corvi, i responsabili della fuoriuscita delle lettere segrete del Vaticano, spiega chi è stato a diffondere i documenti riservati, e perché. Ci sono i Cardinali, i loro segretari personali, i Monsignori, e i pesci piccoli, donne e uomini, prelati e laici. Tra i corvi ci sono anche le eminenze, ma la Segreteria di Stato non può dirlo, e fa arrestare la manovalanza, Paoletto appunto, il maggiordomo del Papa, che non c’entra nulla, se non per aver recapitato delle lettere su richiesta. L’intervistato continua affermando: chi lo fa, agisce a favore del Papa, e lo scopo del corvo, o meglio dei corvi, perché qui si tratta di più persone, è quello di far emergere il marcio che c’è dentro la Chiesa negli ultimi anni, a partire dal 2009/2010. E ancora, ci sono quelli che si oppongono al Segretario di Stato Tarcisio Bertone, quelli che pensano che Benedetto XVI sia troppo debole per guidare la Chiesa, quelli che ritengono che sia il momento giusto per farsi avanti… alla fine così è diventato un tutti contro tutti, in una guerra in cui non si sa più chi è con chi e chi è contro. E giustamente la Segreteria di Stato smentisce, perché è normale che smentisca, non è accettabile una situazione di questo genere”.
È un esempio di sconvolgente chiarezza di come il giornalismo italiano tenga conto delle smentite. Molti dei dettagli plausibili in un giornale del mattino diventano paradossali riecheggiati, addirittura dal Servizio pubblico, non meno di dieci ore dopo il pronunciamento della Sala stampa. C’è da imparare anche sul piano linguistico: è impagabile il ricorso all’avversativo però, come a stabilire da quale parte sta la verità scelta dal conduttore. Ma c’è soprattutto una lezione per tutti sui limiti etici e deontologici praticati da certo giornalismo.

Il giornalismo, come la politica, come il marketing, ormai si nutre di storie, e senza dubbio la vicenda del corvo offre un plot narrativo talmente abusato da offrire le stesse garanzia di “profitto” dei più elementari gialli che i quotidiani e i settimanali da diversi anni presentano in allegato a favore dei lettori da trasporto pubblico o da spiaggia.
Quel che è interessante è che, rispetto ad altri “casi” che pure si intrecciano agli intrighi che sembrano essere improvvisamente stati svelati dal giornalismo italiano, questa vicenda riesce a resistere nel discorso pubblico nonostante l’ostentazione e il tentativo di mettere in trasparenza i meccanismi di autotutela della segretezza delle carte vaticane. Scorrendo i titoli degli articoli che compaiono interrogando il database della Rassegna stampa della Camera dei Deputati per la parola-chiave “Vaticano”, affiorano accuse di pedofilia (Pedofilia, il Vaticano vuole riscattarsi, Italia Oggi, 4 febbraio; Abusi sui minori, il Vaticano al rendiconto, Il Fatto Quotidiano, 4 febbraio) e perfino un collegamento tra la Santa Sede e uno dei più celebri misteri italiani, in “caso Orlandi” (Caso Orlandi, in Vaticano conoscono la verità, la Repubblica, 3 aprile; Sul caso Orlandi il Vaticano non ha segreti da rivelare, La Stampa, 14 aprile; Il Vaticano: nessun segreto sulla Orlandi, Corriere della Sera, 15 aprile).
Storie che si sviluppano e scompaiono, quasi sempre senza alcuna motivazione che chiarisca al lettore perché averci prima investito, al contatto con efficaci contromisure comunicative prese da una delle più forti istituzioni con cui il giornalismo possa avere a che vedere: le smentite vaticane cancellano tutte quelle rivelazioni che il giornalismo non ha la forza o la capacità di portare avanti, o che semplicemente non meritavano l’inchiostro, la carta, le parole e le immagini che sono state loro riservate. Storie, quindi, che rendono ancora più interessante, per contrasto, il Vaticantelling inaugurato con il caso del corvo.

A queste considerazioni se ne aggiungono altre relative al livello di rappresentatività sociale del mondo dei media. È tale il coinvolgimento emotivo dei protagonisti dell’informazione che c’è spazio per il sospetto che i media non sopportino l’idea che qualcuno conti più di loro e risolvano questa competizione morale ergendosi a giudici delle vicende della società italiana, omettendo puntualmente di raccontare i tanti lati oscuri della corporazione.
Nessuno è escluso dalla potenziale gogna e il clima di opinione – dell’opinione dei soliti noti – cambia velocemente. Cosa ancor più grave, la gogna sembra mettersi in moto quando interferisce con soggetti che esprimono un’idea di coesione nella società, figure di elevato profilo istituzionale come il Presidente della Repubblica che, nel breve volgere di pochi mesi, è stato d’ufficio inserito nella bagarre che ora non risparmia nemmeno il tanto osannato (almeno all’inizio) governo dei tecnici.