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Non è un'università per giovani

La distanza tra studente e istituzione

Non è un'università per giovani

di FRANCESCO MARINO (19 07 2012)

Si parla sempre più spesso di Università, quasi sempre in relazione a spending review o tagli di altro genere. Ma quante volte sono gli studenti a poter dire la loro? Uno sguardo sulla vita quotidiana di uno “sfigato”, tra vizi e virtù dell’Università italiana, problemi di tutti i giorni e prospettive per il futuro.

“Io non sono un sfigato, è il sistema che mi rende tale”. Se ci si trova a parlare con uno studente universitario, ricevere una risposta del genere può essere frequente. Parlare di Università in questo periodo storico significa affrontare un campo complesso, pieno di modi di vedere la questione. C’è chi la affronta dal punto di vista economico, chi lo fa da quello culturale, chi con un occhio al futuro. Ma le discussioni che si trovano sui media mancano di un elemento fondamentale: lo studente. Che pensa? Che ne dice lo “sfigato”, il “bamboccione”?

Pendolari e fuori sede – La prima questione da affrontare riguarda la vita reale. Gli studenti universitari si dividono, in tal senso, in pendolari e fuori sede. Ovvero, chi ha la possibilità di viaggiare e chi si sposta per studiare. Tre studenti universitari su quattro vivono ancora con i genitori e la metà è pendolare. Secondo l’ultima indagine Eurostudent (2011), elaborata in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e con la Fondazione Rui, solo il 24% degli studenti campione (4.499 iscritti all'anno accademico 2008-2009) è fuori sede: il 17% vive in un appartamento condiviso e solo il 2,7% in un alloggio universitario. Mentre il 50,6% prende ogni giorno il treno per andare a seguire le lezioni. Molti la considerano la condizione ideale per studiare. Anche perché l’essere fuori sede comporta alcune responsabilità, di cui gli studenti sembrano ben consci. Il tempo per lo studio si trova, anche se si può rimanere sommersi dalla gestione delle questioni quotidiane.

Vizi e virtù dell’Università italiana – Venendo alla valutazione dell’Università in generale, gli studenti esprimono pareri molto simili. “I professori sono davvero preparati”, “il sistema permette di arricchirsi”. Ma, di contro, “c’è poca attenzione alla pratica”, “dopo la laurea non si sa che fine farai”. Il prototipo del neolaureato italiano viene a delinearsi come un soggetto di buona cultura media, ma totalmente impreparato al mondo del lavoro. Colpa di un sistema che “ti considera esclusivamente un numero di matricola”.

E l’Università privata? – Gli atenei privati vengono visti con diffidenza, specialmente per chi usufruisce dell’istruzione pubblica. “Dobbiamo liberarci del concetto secondo cui l’Università è dei meno”, si sostiene. Ma chi la frequenta parla di “maggiore competizione, che ti spinge ad andare avanti”. Ciò che gli studenti dell’Università pubblica non accettano è di essere valutati diversamente da chi ha conseguito la laurea in un ateneo privato. “Se la classe dirigente viene formata da chi ha fatto studi privati, sarà formata dai figli di quella attuale”.

Fenomenologia dello sfigato – Quasi nessuno, in fin dei conti, si sente uno “sfigato”. Studiare ciò che si è scelto è una fortuna, è questo il pensiero dell’universitario medio. Il problema arriva quando si parla di futuro. E se c’è chi, appena laureato, è riuscito a trovare lavoro, c’è chi si sente “estraneo a questo sistema”. L’Università del 2012 non dà certezze, anzi. Del resto, l’ultima ricerca Istat parla chiaro. Dopo un anno dal conseguimento del titolo, le persone che si sono laureate nel 2007 in corsi specialistici biennali sono occupate nel 67,5% dei casi; quattro anni dopo il titolo, ossia nel 2011, gli occupati salgono all'82,1%. La situazione a un anno dalla laurea peggiora tra quanti, conseguita la triennale nel 2007, hanno portato a termine il biennio specialistico nel 2010: a essere occupato nel 2011 è solo il 58,2%. C’è poco da essere ottimisti? Gli studenti sorprendono. “Sono ottimista, nonostante tutto”, “è necessario che lo Stato inizi ad investire su di noi”. Si guarda al futuro con preoccupazione, ma con la consapevolezza di essere dalla parte giusta.