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"Noi, i ragazzi...sfigati"

Università pubblica o privata? Questo è il problema.

"Noi, i ragazzi...sfigati"

di NICO ANTONIO PARENTE (21 07 2012)

Da sempre i diversi modi dell’opinione pubblica e delle istituzioni di intendere l’ambito universitario generano confusione e pareri discordanti. Università pubblica o privata?

Il dilemma relativo alla scelta universitaria offusca la mente sia dei giovani che scelgono il loro corso di studi, sia di chi non si è mai addentrato in questioni relative all’ambito universitario. Negli ultimi decenni, tanti sono stati i cambiamenti avvenuti all’interno del sistema universitario. L’Italia vanta ben 62 università pubbliche, ma il numero degli istituti privati, di gran lunga competitivo grazie al corposo piano formativo, non è da meno. L’università privata prevede un più rigido metodo d’insegnamento, più collegiale, con frequenze obbligatorie, stage formativi, onerose rette e probabili, o quasi certe, opportunità di lavoro una volta terminato il ciclo di studio.

Tutti elementi, questi, che si scontrano invece con la figura dello studente, che per sua scelta e volontà ha voluto proseguire i propri studi, ma che non può permettersi, a causa delle difficoltà economiche ad esempio, un simile corso. L’università pubblica dispone di una organizzazione interna più libera, di una economia più accessibile e per questo favorisce maggiormente gli studenti che vogliono studiare e lavorare contemporaneamente. Non è semplice essere studenti universitari, contrariamente a quanto, invece, si pensa. Se poi si è anche dei fuori sede la situazione si complica ulteriormente. Molto spesso colui che intraprende la carriera universitaria, spalleggiato dal sostegno economico dei genitori, viene considerato un mammone, un bamboccione, uno che cerca nell’università una via di fuga dalla dura realtà della vita. Tanti sono gli studenti lavoratori, ossia giovani che pur di portare avanti il loro sogno di ottenere una laurea son disposti a sacrificare il loro tempo libero, onde evitare di gravare sulla famiglia, dedicandosi ad attività lavorative quasi sempre in nero e sottopagate. La necessità di un alloggio per il fuori sede si rivela fondamentale e, pertanto, spesso ci si ritrova a dover pagare somme spropositate per affittare camere fatiscenti prodigando larga parte di ciò che si è guadagnato. Bisogna poi fare i conti anche con i costi dei trasporti, che non essendo tra i più efficienti causano gravi scompensi e disagi. Lo studente lavoratore si ritrova, dunque, a passare gran parte della giornata sul luogo di lavoro e a dover dedicare, quindi, allo studio la restante parte del tempo privandosi così di eventuali hobbies o svaghi, che dovrebbero invece essere parte integrante dell’attività quotidiana di un giovane. Ma nonostante ciò lo studente universitario continua ad essere etichettato, dalla maggior parte dei mass media e delle istituzioni, come un bamboccione o uno sfigato. E’ importante anche ricordare che l’università pubblica viene costantemente sottoposta a tagli e riforme a vantaggio delle sedi private. Detto ciò, è lo studente a dover essere posto al centro del mirino come un disadattato oppure il sistema che cerca vie di fuga dalla complicata situazione dell’ istruzione italiana?