Quale Sapienza
Quale Sapienza

Un articolo, un commento e un tentativo di dibattito scatenato da un ex articolo su Sapienza giornalismo e dintorni.
Questo non è un articolo giornalistico.
Potrebbe essere un testamento, facendo le corna. In realtà è un tentativo un po' abborracciato di affrontare e dibattere pubblicamente una sorta di scambio epistolare pubblico/privato nato da un articolo pubblicato su ComunicLab all'interno di un più articolato "speciale sulla "dura vita dell'universitario sfigato", speciale che trovate più o meno distribuito su questa home page.
Riassunto delle puntate precedenti
Sotto il titolo "La Sapienza che non c'è" viene pubblicato un articolo con un abstract che recita: "Questi i temi dell’inchiesta sulla vita dello studente universitario, che ogni giorno si trova ad affrontare mille peripezie, come nelle fiabe, per raggiungere i suoi piccoli obiettivi quotidiani. Attraverso alcune interviste si è cercato di capire cosa alla Sapienza proprio non va, cosa sarebbe da cambiare, ma anche quali siano le virtù di un ateneo che è meta ogni anno di migliaia di studenti provenienti da tutta Italia".
L'articolo prevede una serie di interviste filmate (sette per la precisione) e un testo che ad un certo punto recita: "Oltre al mal funzionamento della piattaforma, Infostud, spesso si aggiunge anche la poca familiarità di alcuni docenti con le nuove tecnologie (che nuove non son più), e quindi lo studente non frequentante si ritrova a consultare bacheche non aggiornate e informazioni relative all’anno in corso sparse e dilazionate nelle webcattedre degli anni precedenti".
Questo inciso provoca il commento che segue:
A che servono le inchieste?
Il compito di un'inchiesta giornalistica, persino un inchiesta a fini didattici, ha lo scopo di raccogliere testimonianze e impressioni. Ma il compito è anche quello di offrire una lettura critica raccogliendo anche le opinioni e le risposte di chi viene bersagliato dalle critiche e dai commenti malevoli. Lo studente ha una percezione soggettiva della sua esperienza. È compito del giornalista raccogliere commenti, malumori e critiche (alcune francamente risibili) e farne un quadro coerente e oggettivo. Lavoro all'assistenza tecnica infostud e sono interessato a capire come migliorare il servizio e come aiutare gli studenti e i docenti a superare le loro difficoltà. Trovare scritto - come un inciso trascurabile e implicito - "malfunzionamento della piattaforma infostud" è un pessimo servizio che il giornalista e il giornale che lo pubblica fa ai suoi lettori, al suo ateneo e a chi ci lavora (tanto più grave per un giornale-laboratorio di scrittura di un dipartimento universitario). Quando un giornale pubblica un pezzo del genere lo fa perchè deve riempire una pagina di fuffa oppure perchè deve strumentalmente attaccare qualcuno. Siccome non è questo il caso, mi aspetterei qualcosa di meglio e di più utile.
Prima risposta di "ComunicLab"
Una premessa: Comuniclab non è un giornale, non ha giornalisti e neanche una redazione in carne e ossa. La scritta "redazione" va presa in senso virtual-metaforico piuttosto che in una precisa e significativa evidenza fisica. Comuniclab è un laboratorio che dà la possibilità a studenti di cimentarsi nella scrittura, nei formati e nei meccanismi giornalistici. Evita le censure perché crede fermamente nella logica della Rete e della pubblicità (nel senso di rendere pubblico): chi scrive, studente o docente che sia, firma e risponde dei contenuti pubblicati. Chi è sottoposto a critica, chi ritiene che siano state pubblicate cose sbagliate o imprecise, commenta e corregge. Tutto alla luce del luminoso dibattito pubblico. Comuniclab non è un giornale perché non crede nella mediazione giornalistica e perché non condivide buona parte degli atteggiamenti tipici della professione giornalistica. Detto questo, l'inciso sul presunto malfunzionamento di Infostud è "scorretto", come è improprio il riferimento a “bacheche non aggiornate e informazioni relative all’anno in corso sparse e dilazionate nelle webcattedre degli anni precedenti” e ciò riguarda direttamente il dipartimento cui fa capo ComunicLab a segnalare, ancora una volta, la totale disponibilità a dare spazio a tutte le opinioni, senza timore di confrontarsi con pareri negativi. Quell'inciso è scorretto e improprio perché troppo giornalistico e poco studentesco. Uno studente deve saper far meglio di un giornalista. Ma non è "fuffa" perché non vengono ascoltati i diretti interessati: queste cose vanno bene per i giornalisti che devono crearsi alibi e patenti di oggettività, non per gli studenti. Non è un pessimo servizio perché gli studenti "hanno una percezione soggettiva". Compito di un inchiesta non è quello di ascoltare tutte le campane, ma di segnalare e documentare i problemi. E se gli studenti, utenti diretti di Infostud, hanno anche solo la percezione di un malfunzionamento allora c'è un problema. Un problema che non può finire in un fuggevole inciso, ma che non si può pensare di risolvere ascoltando chi si dedica con la massima abnegazione e qualità all'erogazione del servizio stesso. La qualità di un servizio deve essere valutata dai diretti interessati, non dagli addetti ai lavori: è molto più soggettivo il giudizio di un dirigente dell'Atac rispetto a quello del comune cittadino che quotidianamente è alle prese con bus e tram. Rendiamo allora utile questo servizio (stavolta in senso giornalistico): Marta Taddei documenterà, se è nelle condizioni, il malfunzionamento di Infostud, l'istituzione universitaria cercherà di dare più ascolto ai pochi, tanti problemi "soggettivamente percepiti" dagli studenti e magari rispondere anche attraverso questo spazio.
Amministratori ComunicLab
Replica
Giornalismo e inchieste
Tutto mi sarei aspettato dalla cortese risposta della virtual-metaforica redazione che un attacco al giornalismo e alla professione. E mi trovo nella difficile posizione di difendere io - umile travet universitario - la professione da chi (pensavo) dovesse insegnarla. D'altra parte il discorso non è così semplice: se da una parte si dice che Comuniclab "dà la possibilità a studenti di cimentarsi nella scrittura, nei formati e nei meccanismi giornalistici", dall'altra si afferma di non "non credere nella mediazione giornalistica". A parte la contraddizione evidente, la mia critica è una critica al contenuto dell'inchiesta che continuo a connotare come giornalistica (facendo - credo - un favore all'autrice). E infatti mi riesce difficile dare un primato etico dello 'scrivere studentesco' ("Uno studente deve saper far meglio di un giornalista") mentre riconosco e apprezzo l'etica del giornalista financo in erba e in esercitazione. Riguardo al fatto che che "Compito di un inchiesta non è quello di ascoltare tutte le campane, ma di segnalare e documentare i problemi" siamo d'accordissimo, il difficile è capire come si ottiene questo risultato. Concludo chiedendovi la cortesia di non utilizzare il noto meccanismo dello "Straw man argument": addebitarmi l'idea che si possa "risolvere ascoltando chi si dedica con la massima abnegazione e qualità all'erogazione del servizio stesso" è un affermazione che non ho mai fatto nè mi sono sognato di pensare che un dirigente ATAC abbia un'idea oggettiva rispetto all'utente sui problemi dei trasporti. Intendevo un'altra cosa: se l'inchiesta è ben fatta e documentata, se il lettore riesce distinguere i fatti, dai commenti e dalle opinioni può farsene un'idea e allontanare il dubbio della strumentalità e della 'fuffa'. Quando il lettore è anche parte interessata (come nel mio caso) sarà doppiamente utile.
Inciso dell'inciso
A questo punto qualcuno si chiederà: "Perché non c'è l'articolo, con tutti i suoi bravi commenti, sistemati uno sotto l'altro? Semplicemente perché l'autore dell'articolo ha pensato bene di imbarcarsi in una "fuga per la sconfitta": ha cancellato il suo "pezzo" e di conseguenza i commenti associati. Un'azione decisamente deprecabile, ma che atttiene alle facoltà e responsabilità dell'autore, tanto quanto quelle relative alla pubblicazione. Quella che state leggendo è quindi una ricostruzione fedele, ma posticcia di un dibattito che riteniamo interessante (naturalmente il giudizio finale spetta solo e soltanto a chi avrà la pazienza di leggere fino in fondo, regalandoci, magari, anche qualche commento).
Torniamo a noi
A questo punto interviene questo articolo: essendomi sentito coinvolto personalmente in qualità di ex responsabile redazionale di ComunicLab, nonché di ex docente a contratto della Sapienza in qualche Laboratorio giornalistico, nonché quasi ex giornalista con trentatré anni di discutibile carriera alle spalle, ho chiesto ospitalità diretta: mi rimaneva complicato commentare gli ex commenti di un ex articolo.
Ecco quello che avrei voluto scrivere come replica e che con abile capriola retorica ho cercato di trasformare in un non-articolo. (Superato lo straniamento linguistico, giuro, torno definitivamente al mio ruolo di ex tutto, lasciando a quanti ne avessero voglia il compito di ravvivare il dibattito e magari di proporsi, con la voglia e la passione necessaria, di proseguire l'esperienza ComunicLab).
Replica alla replica
Vorrei fornire una serie di precisazioni e puntualizzazioni. Non per la voglia, molto giornalistica, di avere l'ultima parola, quanto piuttosto nella consapevolezza che attorno a questi temi, casualmente provocati da questo articolo, sia interessante un bel dibattito pubblico, di quelli che si facevano una volta e che ora, affidati, alla turbolenza interpretativa della scrittura veloce, rischiano di lasciare subdoli spazi a incomprensioni e cattive interpretazioni.
Innnanzitutto non c'è nulla da attaccare o da difendere: Comuniclab è un laboratorio, reale, dove si cerca di declinare le scritture giornalistiche con le logiche della Rete. Non credere (e non a caso è stato utilizzato il soggettivissimo verbo credere) alla mediazione giornalistica significa provare a pensare il prodotto giornalistico non come a qualcosa di chiuso, definitivo ma come a un elaborato che si apra al contributo dei lettori, degli interessati, degli utenti. E questo grazie al web e grazie ad un necessario passo indietro del giornalista, disponibile a mettere a disposizione degli altri un semilavorato, che contenga però al proprio interno tutti i dati necessari per poter esplorare a fondo il problema. Nessuna contraddizione. E non so neanche se sia giusto chiamare giornalista quell'umile individuo che dovrebbe avere come unica etica quella di riportare fatti, numeri, dati verificati.
Se quell'umile travet dell'informazione ritenesse reale o verosimile un problema, chessò, con Infostud, se volesse sostenere la non affidabilità della piattaforma Infostud dovrebbe banalmente limitarsi a segnalare come e quando ci siano stati errori e/o manchevolezze e che tipo di problemi queste manchevolezze abbiano comportato. Per confortare questi dati possono essere utili storie, nomi, occhi, facce, che raccontino le loro disavventure, senza la necessità di un campionamento statistico, ma con la stringente esigenza di essere racconti significativi, emblematici.
Questo è quello che Comuniclab richiede agli studenti che vogliano cimentarsi all'interno di questo laboratorio. E questo devono dimostrare di saper fare: meglio di qualunque giornalista. Sì, meglio, senza alcuna presunzione: gli studenti non hanno vincoli di mercato, non hanno problemi di tempo, non hanno censure, devono avere la voglia di dimostrare di saper/poter cambiare una professione che chiedono, giustamente, di fare in maniera diversa rispetto agli esempi, questi sì pieni di "fuffa", che li circondano. Ci riescono? Sì, no, forse, abbastanza. Dipende.
Una cosa è certa: gli insegnamenti, che esistono e affiancano, fin troppo qualunque attività laboratoriale, bisogna metterli in pratica. Bisogna saper fare e non solo saper criticare: occorre provare, sperimentare e saper affrontare l'unico vero giudizio che conta: quello dei lettori.
Le critiche circostanziate all'articolo, a quell'articolo sulla Sapienza, erano state già fatte: ma il giudizio migliore e stringente non può che essere quello delle contestazioni, dei commenti, ma anche dei silenzi che accompagnano l'effettiva pubblicazione. Valgono molto di più il numero dei lettori, il numero e la qualità dei commenti, rispetto a qualunque voto o giudizio dell'accademia, almeno nella voglia e nella capacità di continuare a "documentare per un pubblico di lettori/spettatori/ascoltatori". (E le angustie dell'articolo fantasma, stanno a dimostrare esattamente questo).
E non c'è nessun "straw man argument" (ndr per i più umili: cambiare le carte nella tavola delle argomentazioni): si condivideva la critica all'ormai famoso fuggevole inciso, ma non si condivideva l'affermazione "Lo studente ha una percezione soggettiva della sua esperienza" e "il compito è anche quello di offrire una lettura critica raccogliendo anche le opinioni e le risposte di chi viene bersagliato dalle critiche e dai commenti malevoli". Così come non si condivideva l'altra affermazione (ma anche qui siamo nel campo delle opinioni) "tanto più grave per un giornale-laboratorio di scrittura di un dipartimento universitario".
Un servizio rivolto agli studenti, esattamente come un articolo rivolto ai lettori, deve essere giudicato, anche attraverso la percezione, dagli studenti. Meglio ancora se le critiche sono ospitate alla luce del sole, con tanto di nome e cognome, in uno spazio universitario.
E' naturale che poi quel giudizio debba trasformarsi in una lettura critica. Ma attraverso dati, fatti, documenti, testimonianze e non, sempre a mio umilissimo parere, "raccogliendo anche le opinioni e le risposte di chi viene bersagliate dalle critiche e dai commenti malevoli". Il problema non è separare i fatti dalle opinioni, il vero compito di chi voglia produrre informazione, a qualunque titolo e qualifica, è di riportare fatti, dati, documenti. Poi ben vengano le opinioni e anche le critiche, di qualunque colore.
Aldilà delle schermaglie dialettiche e senza alcuna piaggeria vorrei comunque ringraziare l'attento lettore per il contributo offerto, mentre, da cittadino, non posso che apprezzare l'evidente passione profusa nel gestire la cosa pubblica.
Ma un consiglio, questa volta da umile travet della vita, voglio darlo: voi che vivete dal di dentro la realtà accademica, ascoltate con un po' più di attenzione le "percezioni soggettive" degli studenti. Non sono critiche malevoli: anche i metereologi hanno finalmente aggiunto la temperatura percepita. Se mi sciolgo nell'afa, non mi dà alcun sollievo sapere che la temperatura reale è di 10 gradi più fresca.Le soggettive percezioni dei diretti interessati possono valere molto di più di qualunque graduatoria, elenco, oggettivissima valutazione internazionale della qualità accademica.
Il dibattito e' molto
Il dibattito e' molto avvincente e invita alla partecipazione. Accogliamo certamente il generico "disagio" percepito dagli studenti, il punto è che senza elementi oggettivi e' molto piu' complicato mettere in atto eventuali miglioramenti: il disagio resta e i problemi pure.
Per quanto, anche lo sfogo fine a se stesso alla fine è catartico (ma la catarsi col giornalismo c'entra poco, mi sa...)