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La grande trasformazione

Apologo sull'università

La grande trasformazione

di DAVIDE BORRELLI (03 08 2012)
http://www.flickr.com/photos/uiowa/5431451759
 

 Quando la qualità è a costo zero

Un giorno un ricercatore si recò dal suo editore per proporgli di pubblicare la sua ultima monografia. Si trattava di un lavoro dignitoso dal punto di vista scientifico – pensava lo studioso -, non meno valido di quelli che aveva pubblicato precedentemente presso lo stesso editore. L'editoria  scientifica, si sa, rappresenta un mercato piuttosto asfittico nel nostro paese. Siamo un popolo che legge poco e pochi sono, in termini relativi, coloro che affrontano e riescono a completare gli studi universitari.


Va detto, a onor del vero, che in passato i titoli del ricercatore avevano assicurato all'editore un discreto ritorno commerciale, in rapporto alle possibilità del settore della saggistica specializzata. L'investimento da parte dell'editore era piuttosto contenuto, l' autore rinunciava praticamente a ogni compenso, gli studenti che seguivano il suo corso erano esortati ad acquistarne e studiarne i testi. In queste condizioni il libro riusciva bene o male a garantire una certa remuneratività per l'editore. Certo, molto difficilmente quel libro sarebbe diventato un best seller e i guadagni per l'editore non sarebbero mai stati particolarmente elevati.
Tutti (compreso l'editore) erano in fondo convinti che fosse giusto così, la conoscenza dovrebbe produrre un genere di utilità (sociale, culturale) diversa da quella monetaria.
Ma un bel giorno le cose cambiarono radicalmente. Un intraprendente ministro decise che sotto il suo mandato le università sarebbero diventate di qualità e avrebbero ospitato soltanto gli studiosi più meritevoli. Certo, il governo di cui faceva parte non gli aveva messo a disposizione grandi risorse per realizzare questa “grande trasformazione”, anzi per la verità il ministro dell' economia era stato chiaro fin dall'inizio sul fatto che l'università avrebbe dovuto subire consistenti tagli finanziari. Non si potevano assumere nuovi ricercatori, né si potevano incrementare gli investimenti nella ricerca. Ma l' intraprendente ministro non si perse d'animo: nel sistema della ricerca e dell' università  la qualità sarebbe stata introdotta ad ogni costo, e così decise di introdurla a costo zero. Chiamò a raccolta i più autorevoli professori universitari del paese e, dopo lunga consultazione, costituì un comitato di sapientissimi esperti cui riservò il compito di promuovere finalmente la qualità nelle università italiane. Bisognava assolutamente premiare gli studiosi più meritevoli e penalizzare i meno bravi. Un primo risultato fu raggiunto immediatamente: infatti il gruppo di eminenti esperti arruolati dal ministro furono immediatamente premiati con lauti emolumenti commisurati ai loro grandi meriti. Quanto al resto dei meritevoli ci avrebbero pensato loro a ideare un sistema che li individuasse e li premiasse distinguendoli dai non meritevoli. E un bel giorno questo sistema fu trovato: l'idea era apparentemente semplice, quasi banale, ma ben presto tutti ne apprezzarono la genialità. Inutile affannarsi a stabilire quali fossero gli studiosi più meritevoli, d'ora in poi studiosi di qualità sarebbero stati coloro che avessero pubblicato presso riviste ed editori di qualità. Ecco finalmente l' algoritmo che tutto il mondo cominciò a invidiarci per averlo sperimentato prima di noi e poi inopinatamente abbandonato sotto la pressione delle solite lobby accademiche ostili al merito e alla modernizzazione.
Certo, al di là del grande successo della formula, restava ancora qualche marginale dettaglio da definire: ad esempio, che cosa si dovesse intendere per editore di qualità. Qualche scellerato disfattista si permise addirittura di avanzare dubbi sul principio per cui pubblicare con un editore di qualità (quale che fosse la sua qualità) garantisse automaticamente che la pubblicazione fosse anch'essa di qualità. Ma si sa come vanno le cose nel nostro paese: appena si tenta di modernizzarlo e di migliorarlo, subito si scatenano le solite resistenze corporative, i consueti veti di inveterati fannulloni che rappresentano la peggiore Italia.
E torniamo così al nostro ricercatore e al nostro editore. Dopo che nelle università italiane furono finalmente introdotte qualità e meritocrazia, le relazioni fra i protagonisti di questa storia cominciarono a cambiare. Il giorno in cui il ricercatore si recò dall'editore per proporgli il suo ultimo lavoro si sentì, infatti, rispondere che le condizioni di mercato erano mutate e che per pubblicare quel libro lo studioso avrebbe dovuto contribuire a finanziarlo. Che cosa era successo? Che nel frattempo la commissione dei meritevoli nominata dal ministro aveva classificato le case editrici individuando quelle più meritevoli. Non è dato sapere in base a quali argomenti o valutazioni, fatto sta che il nostro editore si era ritrovato nella fascia degli editori di qualità. D'ora in poi chi avesse pubblicato con lui sarebbe stato investito del suo mana e promosso a sua volta al rango di studioso di qualità. E perché mai non capitalizzare in termini monetari questa magica virtù capace di trasformare le sorti degli studiosi? Certo, la monografia del ricercatore restava sempre la stessa, ma questo è irrilevante. Pubblicandola  con un editore di qualità sarebbe diventata una monografia di qualità. Così, da allora, vissero tutti più felici e contenti: il ministro ebbe la sua università di qualità, la commissione dei saggi rimase nella storia per aver ideato un sistema di valutazione di qualità a prova di confutazione (“rigore è quando arbitro fischia” diceva un allenatore di calcio per descrivere l' inappellabilità degli arbitri, che se la cantano e se la suonano, anzi se la fischiano da sé), il ricercatore versò il suo tributo ma ne ottenne in cambio una credenziale di qualità, e l'editore… beh l'editore non ha ancora capito in che cosa consista precisamente il suo valore aggiunto in termini di qualità ma non se ne fa un gran problema, quello che gli importa è che ora può godere di un discreto valore aggiunto in termini di quantità.