Non è sempre facile parlare di chi non c’è più. Soprattutto quando si crede che il tempo possa addolcire i ricordi o stemperarli. Eppure ci sono labirinti della nostra memoria che contengono le impronte dei primi fondamentali anni e rimaniamo inesorabilmente legati a quelli.
Come i ricordi di qualcuno che ti è rimasto impresso nella memoria che è anche, fortemente, memoria televisiva. In questi giorni corre il decennale della scomparsa di Corrado Mantoni.
I miei primi ricordi di Corrado risalgono alla canzone “Carletto” quando mi immedesimavo nel bambino (chiaramente) e già mi suscitava simpatia quel suo “distaccato” atteggiamento…“Carletto non tirare la coda al gatto […] Carletto di qua, Carletto di là, e questo non si dice e questo non si fa”…
A pensarci bene quel “Fantastico” forse è stata una delle cause del mio folle innamoramento verso il mezzo televisivo…
Corrado è stato essenzialmente ironia, garbo ed eleganza. Come ha scritto Alberto Bevilacqua Corrado è sincero, da sempre. Ha preso la TV per ciò che è, con quel tanto di rassegnazione, senza velleità, capricci, inutili voli pindarici. Il video è un carrozzone che va avanti traballando sulle sue vecchie ruote, sulle sue strade di sempre. Anche chi crede di portare novità stravolgenti, spremendole da un intellettualismo d'accatto, si rivela più patetico dei quieti professionisti. Vedere Corrado amministrare il suo programma comporta, da un lato, la stima per la sua umile sapienza televisiva, dall'altro, il sentirsi complici in quel sorriso popolare che si va perdendo.
Figlio di un assicuratore e giornalista e di una maestra, Corrado, di origine marchigiana, di se stesso soleva dire: Il mio trionfo mi sorprende da cinquant'anni: sono fuori moda. In realtà, Corrado era di moda, con la sua sottile ironia e la sua umanità sin da quando, nel 1944, aveva debuttato (dopo avere abbandonato gli studi di legge) come lettore di radiogiornali a Radio Naja e a Radio Roma. Poi tanti successi, come le due Canzonissima in coppia con la Carrà, l’invenzione di Domenica In, da lui ideata e condotta per i primi tre anni, dal 1976 al 1979, e la scoperta della fascia del mezzogiorno con “Il pranzo è servito”.
Corrado era leggero. Esempio di carattere e di coerenza. Non ha subìto le mode e i protagonismi; non ha seguito gli urlatori o gli specializzati in risse televisive; mai alla ricerca di vittime ma di complici. E, soprattutto, autoironico. Sapeva ridere di sé giocando con se stesso e con gli altri.
Sembra quasi impossibile, oggi, in una televisione dove tutti si prendono troppo (e tanto) sul serio. Diceva, in un’intervista a Alain Elkman, che se “dall'aldilà vedessi scritto 'Via Corrado Mantoni', su una strada, mi verrebbe da ridere perché credo che, passato il mio momento, la gente se ne scorderà.". (e la via gliel’hanno fatta davvero!!!)
Corrado era il presentatore. L’amico dei telespettatori. Tanto da regalarci altri momenti indimenticabili con “La Corrida”.
Quanto divertimento nello scrutare il suo sguardo “rivelatore” durante le esibizioni dei “concorrenti allo sbaraglio”!! Per dirla con Umberto Eco lo sguardo attonito può vuol dire “non capisco” ma anche “capisco tutto e non me la fai”. Ciò che conta è che attraverso lo sguardo attonito il discente impari a trarsi d’impaccio. Corrado è l’Italia. E l’Italia lo ama. E l’Italia lo ha amato. Rispettato.
Nell’ultima puntata della Corrida si congedò così dai suoi telespettatori, […] e se c'è stato uno scemo del paese Oh! M'ha insegnato, non sapete quanto, a sorridere e a non aver pretese.
Era un gentiluomo di spettacolo. Di quelli che oggi, probabilmente, sarebbero fuori posto. Di quelli che non forse passerebbero a Sky perché disillusi o dimenticati da Mamma Rai o da Papà Mediaset. Di quelli che non si prendono troppo sul serio. Soprattutto quando hanno a che fare con l’elettrodomestico televisivo di eduardiana memoria.