La campagna elettorale da poco terminata (e già ripresa in vista del voto referendario) porta agli studiosi di comunicazione politica un contributo di conoscenza che non si limita a ribadire la natura ritualistica del racconto messo in scena negli ultimi quaranta giorni prima del voto. Sembra imporsi all’attenzione una ragione più profonda per la quale è difficile pensare che tale racconto abbia realmente influito sulle coscienze dell’elettorato – non certo in termini di conversione, ma almeno di rafforzamento o indebolimento delle opinioni politiche preesistenti. Apparentemente, e nella visione di molti commentatori, si è trattato di una campagna impostata in buona parte sul “caso Noemi” e sulle relative polemiche.
Abbiamo certamente assistito a una forma di mobilitazione (o forse sarebbe meglio dire smobilitazione) in allontanamento da quelle forze che più sono state toccate dalla nuova “questione morale”. È possibile, però, azzardare un’ipotesi maggiormente sistemica. Dietro al commento esasperato ad una vicenda retrocessa dal Presidente del Consiglio nella categoria del gossip, stava il tentativo di stabilire il ritmo della discussione a partire da una più ampia riflessione sulla categoria della moralità politica. Impostazione che, nel pur virtuoso tentativo di rinnovare i canoni dell’inefficace negative campaigning, ha finito per farsi versione ancor più stereotipata e tediosa del teatrino della politica. Privilegiando, come nella sfortunata comunicazione elettorale della sinistra del 2008, la forma del discorso sui suoi contenuti, e contagiando trasversalmente rispetto alle variabili di rete, fascia oraria ed “editore di riferimento” i diversi salotti della telepolitica.
Una riflessione ancora più avanzata deriva dall’ottimo exploit di quello che è stato un grande protagonista del racconto della campagna: il partito di Antonio Di Pietro. Nominato in stretto collegamento con il suo fondatore non tanto per una forma di semplificazione giornalistica, quanto per un tentativo di riportare alla ribalta due categorie del dibattito pubblico che il veltronismo avrebbe relegato senza appello nel frame dei quindici anni di brutta politica postberlusconiana: la natura e i guasti del partito personale e dell’antipolitica. Tentativo, portato avanti con perseveranza in particolare da La7, che, unito all’inchiesta edilizia de Il Giornale, ha aumentato sensibilmente il voltaggio dei riflettori posti sul leader dell’Idv. Il risultato più che lusinghiero della lista dipietrista, tuttavia, abbisogna di spiegazioni più profonde rispetto al gioco di stile di affiancare stili, temi e toni della campagna dell’ex magistrato a quelli del “Piccolo Cesare” Berlusconi. E una copertura dei quaranta giorni prevoto più in sintonia con le tendenze dell’elettorato.