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Intrattenimenti

Craxi e lo spettacolo della politica

di GIOVANNI PRATTICHIZZO (19 01 2010)

Esattamente dieci anni, il 19 gennaio del 2000, moriva ad Hammamet il leader socialista Bettino Craxi. In occasione dell'anniversario si narra che qualche agenzia di viaggio abbia anche proposto pacchetti sconto per l'eventuale pellegrinaggio a poche centinaia di euro. C'è un libro di marmo aperto sulla sepoltura, una frase che recita: "La mia libertà equivale alla mia vita". Fu pronunciata dal sepolto durante i quasi 6 anni di quello che lui e i suoi seguaci chiamavano esilio, ma che tecnicamente e più prosaicamente sarebbe stata una latitanza.

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Segretario, o meglio capo del Partito Socialista italiano degli anni ’80; interprete cinico e spregiudicato della “modernità” italiana”, Craxi era un uomo di epoca lontana che si trovò al centro dei mutamenti radicali di quegli anni e fu in grado di cogliere le potenzialità straordinarie di un mezzo come la televisione.  

Si potrebbe raccontare di quando, il 16 ottobre 1984 alle 20 e 20 in Piemonte, Lazio e Abruzzo, sugli schermi Fininvest apparve la scritta: "Per ordine del pretore è vietata la trasmissione in questa città dei programmi di Canale5, Rete4 e Italia1, regolarmente in onda nel resto d'Italia". Poi il buio catodico. Infatti, tre giudici avevano ordinato il black-out televisivo nelle regioni di loro competenza. Il motivo era semplice: la Fininvest trasmetteva su scala nazionale e la legge non lo consentiva.
Il 20 ottobre del 1984, all’indomani del decreto del Governo Craxi sulle TV (che fa rientrare l’oscuramento delle tv Fininvest), l’imprenditore Silvio Berlusconi inviava a Craxi questa missiva: "Caro Bettino grazie di cuore per quello che hai fatto. So che non è stato facile e che hai dovuto mettere sul tavolo la tua credibilità e la tua autorità. Spero di avere il modo di contraccambiarti. Ho creduto giusto non inserire un riferimento esplicito al tuo nome nei titoli-tv prima della ripresa per non esporti oltre misura. Troveremo insieme al più presto il modo di fare qualcosa di meglio. Ancora grazie, dal profondo del cuore. Con amicizia, tuo Silvio".
Ma il legame di Craxi con la televisione, in realtà, affonda le sue radici alcuni anni addietro; in quella che gli storici hanno definito “spettacolarizzazione della politica” e che con Craxi ha vissuto le prove generali della televisione orwelliana degli anni futuri. Fu proprio il PSI di Craxi, come racconta Menduni (2004), “a praticare il progressivo affiancamento di una logora organizzazione con una mediatizzazione crescente, talora iperrealista, dell’azione politica e della rappresentazione del conflitto”. Attraverso la programmazione a flusso della neotelevisione avvenne una massiccia socializzazione popolare alle opinioni, agli atteggiamenti, ai comportamenti orientati all’acquisizione di beni capaci di orientare gli stili di vita.  E la televisione, con il drammatizzare la politica, inizia a sfruttare  l'inclinazione del pubblico a credere nelle cose più per quello che sembrano che per quello che sono.
A differenza di Berlusconi, Craxi però non usò mai la televisione. La dominò, la comandò. Ne fece scenografia.  Immagine e parola. Flusso e spettacolo.
Il prodotto politico doveva essere promosso, raccontato, rappresentato, investito di una carica emozionale. Il leader diventava testimonial, “garante e fabbricante del prodotto offerto”.
Con il leader socialista la politica si trasferì definitivamente dentro la scatola televisiva. Anche perché, nel contempo, andavano scomparendo i luoghi tradizionali dove manifestarsi e dove farsi ascoltare. Tutti gli altri ambiti erano delegittimati: non il Parlamento, non le sedi dei partiti, non gli alberghi, residenze e posti decisionali dei leader.  La politica italiana era rimasta concretamente senza luogo, senza sedi. Per un periodo neppure troppo breve le è mancato fisicamente un ubi consistam.
Una politica completamente aspaziale incontrava sulla sua strada una televisione che stava manifestando tutte le sue potenzialità di produttrice di opinioni e di fatti; vera e propria istituzione che pretendeva di modellare i modi con cui si costruisce la vita politica.  Un connubio tra politica, televisione e  cultura popolare che portava inevitabilmente alla "costruzione del politico come persona con le proprie peculiarità individuali piuttosto che come rappresentante di un partito o di un'ideologia".
Per giungere, poi, come racconta ancora Menduni (2006) all’Italia di Tangentopoli che “da un giorno all’altro si ritrova con l’impressione (fallace, ma allora assai diffusa) di non avere più una classe dirigente, e la televisione svolge una funzione di supplenza con inedita spregiudicatezza vista la sparizione o il depotenziamento dei propri referenti politici. (...) il complesso di queste attività trasformò la televisione da luogo peculiare della vecchia politica ad elemento di socializzazione al nuovo, traghettatore di larghe masse verso i nuovi riti della rappresentanza”. 
Ed eccolo l’innesco della reazione chimica. L’incipit di quella reazione nucleare che ha, poi, prodotto la desertificazione attuale che vive, oramai, di solo spettacolo senza politica.
 
 
 
 
 

Una politica piena di luoghi. Invece

Non ho letto il libro di Menduni e quindi commento solo l'articolo che leggo.

Mi pare che la spettacolarizzazione sia un frutto della modernità e Craxi ne ha interpretato, prima degli altri, i linguaggi e i consumi.

Altro che non luoghi! la politica di Craxi è - piu' degli altri - densa di luoghi: dal MIDAS (albergone romano) alle scenografie pansechiane (il muro di berlino, le piramidi eccetera) passando per il Raphael dove missini e comunisti - uniti nella lotta, lo bersagliarono di monetine fino alla villa (faraonica quando c'era da distruggerlo). Per concludere in un cimitero cristiano in Tunisia: forse il vero "non luogo" di chi non riesce a capire quello che e' successo 15 anni fa.