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Mondi digitali?

Fuga dall’Istruzione?

di PATRIZIO DI NICOLA (18 03 2010)
manuelapeace.blog.kataweb.it

Nello scorso mese di settembre due bravi ricercatori della Banca d’Italia, Federico Cingano e Piero Cipollone, hanno dato alle stampe un rapporto, originariamente destinato alla Commissione di indagine sul lavoro guidata da Pierre Carniti, sul rendimento dell’istruzione. 

 

 

 

 

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Il report, in pratica, cerca di calcolare quale sia la convenienza, per una famiglia,  di investire sulle risorse umane, ad esempio facendo frequentare l’Università ai figli, anziché convertire i risparmi in titoli. Il rendimento privato dell’istruzione è calcolato come differenza tra i benefici (in termini di maggiori stipendi e maggior probabilità di occupazione) e i costi (tasse scolastiche, acquisto di materiali didattici, mancati guadagni, ecc. ) associati alla decisione di incrementare il proprio livello di istruzione.

Secondo i due studiosi, in Italia il tasso di rendimento privato dell’istruzione è circa il 9 per cento, valore ben superiore a quello ottenibile da investimenti finanziari ed è lievemente superiore nelle regioni del Sud rispetto al Centro Nord. Se poi il sistema fiscale fosse più equo, e penalizzasse di meno gli stipendi appena sopra la media, il rendimento aumenterebbe al 10%. Il rendimento privato è solo una parte dei benefici di una migliore istruzione. Se le famiglie decidono di investire in questo campo, infatti, aumentano anche i benefici per la società: maggiore istruzione significa più produttività, più innovazione tecnologica, più incassi per il fisco. In via indiretta, la maggiore istruzione è collegata, secondo molte ricerche svolte in Italia e all’estero, anche a un miglioramento della salute, alla minore criminalità,  a un maggior grado di libertà politica. Insomma, tutti avrebbero da guadagnare da un aumento dell’istruzione: le famiglie e la società.  Invece, nel Bel Paese, le Università, martoriate da tagli e riforme e contraddittorie, sono allo stremo, e le immatricolazioni in calo. Il numero degli iscritti al primo anno, tra il 2002 e il 2008,  è diminuito di oltre 50 mila unità, e i diplomati che entrano all’università sono calati dal 74 al 58%. Una debacle dell’istruzione, accentuata dal fatto che alla maggioranza dei laureati vengono offerti  esclusivamente lavori precari, e retribuzioni di 1000 euro.  In queste condizioni, chi vuole perdere anni sui libri?