Come per primo ha notato Alberto Abruzzese
[1], e come più recentemente ci ha ricordato Giovanni Valentini
[2], il successo seduttivo ed elettorale di Silvio Berlusconi ha radici che affondano in terreni molto diversi da quelli del tradizionale consenso politico. Può infatti essere letto nei termini di una straordinaria sintonia con la cultura televisiva nata negli anni Ottanta e che ha concorso, nel più ampio contesto di crisi delle agenzie di socializzazione degli anni Novanta, a ridefinire la scala di valori degli italiani. Alla luce di queste ipotesi che, vecchie o nuove che siano, mantengono intatta la loro carica provocatoria e il loro fascino, sembra lecito leggere le vicende politiche del nostro paese non solo nei termini “classici” del “teatrino” della politica, ma anche in quelli più provocatoriamente attuali della “soap” della politica.
Va anzitutto sottolineato come, in un caso come nell’altro, l’opera di stigmatizzazione di una politica ridotta da progetto di uomo e di società a pura rappresentazione sia solo un primo livello di lettura. Che nasconde la volontà di trovare una categoria interpretativa dei mutamenti dell’agire politico, e del modo in cui questo viene percepito dai cittadini-elettori. La ridefinizione del termine di paragone ha un significato preciso: nel teatro gli sforzi delle diverse discipline coinvolte sono coronati dalla realizzazione di una esecuzione spettacolare dal vivo, che pertanto mantiene sia nel momento compositivo che in quello performativo una grande rilevanza per lo hic et nunc. La caratteristica prima della soap è la radicalizzazione della serialità, che conduce a storie raccontate in migliaia di puntate a cadenza quotidiana.
Si tratta di un meccanismo incentivato dalla contaminazione tra politica e televisione: tra le caratteristiche fondamentali del più longevo format della telepolitica della Seconda Repubblica,
Porta a Porta, è sempre stato la familiarità con cui Vespa si rivolge agli ospiti politici. Che non è solo uno strumento di legittimazione per il conduttore: ricordando la presenza loro, o di loro diretti alleati o contendenti, in quella stessa sede, riannoda il filo di una narrazione che sembra dover obbligatoriamente passare per il salotto di RaiUno
[3].
Il successo di questo script sembra essere tale da essere assurto a registro narrativo della politica italiana. Osservando le cronache politiche degli ultimi anni, la contesa tra la coalizione di centrodestra e quella di centrosinistra, e negli ultimi mesi le lotte intestine alla coalizione berlusconiana, assumono, non solo nei programmi di approfondimento, ma anche nei telegiornali e sulle prime pagine dei quotidiani, i tratti tipici del racconto per episodi più che della narrazione articolata e coerente. Non è facile, se non in periodi circoscritti di forte attivazione politica e comunicativa come le campagne elettorali
[4], identificare gli stadi tradizionali della rottura di un equilibrio iniziale che si risolve, tramite la chiamata di un eroe e il percorso di prove che questi è chiamato a superare, nella risoluzione e nel ristabilimento dello status quo. Capita decisamente più spesso che scontri tra le coalizioni e crisi interne siano creati, si protraggano per un certo numero di puntate, e si spengano sopravanzate da notizie più fresche e scandalose senza che un eroe debba prendersi il disturbo di scendere in campo o che l’equilibrio minacciato debba necessariamente essere ristabilito attraverso un meccanismo diverso da quello dell’oblio momentaneo dei fattori scatenanti la crisi.
Il fatto è che alle
soap, in cambio della compagnia che forniscono giornalmente e del rapporto affettivo che permettono di instaurare con i loro protagonisti, si perdonano talvolta anche grandi e piccole incoerenze narrative. Nel momento in cui al tempo lineare della narrazione moderna, con la sua coerenza interna regolata da meccanismi di causa-effetto empiricamente rilevabili e in una certa misura prevedibili, si sostituisce un “eterno presente”
[5] che rinnega simili regole, rimandando piuttosto alla magia di un “tempo del mito” ideale e immobile, può accadere perfino che uno dei protagonisti della storia sia richiamato dall’oltretomba, per intervento divino o semplicemente per esigenze di copione. E nel momento in cui il conflitto smette di essere il motore dell’azione e si cristallizza in un topos narrativo che mette in scena piccole e grandi diaspore solo per confermare, di puntata in puntata, l’incrollabile immobilità del mondo fittizio in cui gli attori si muovono sotto il controllo di un ineffabile destino, il coinvolgimento dello spettatore si risolve nella passione stemperata dalla consolante sensazione del
sapere già come andrà a finire.
Se la politica italiana corre lungo gli stessi binari, c’è allora da chiedersi se la recente “crisi di coppia” che ha portato Gianfranco Fini a fondare un suo gruppo parlamentare sia realmente destinata ad avere le conseguenze che politicamente promette, dato l’inedito “paracadute” che la formula del racconto offre al suo eroe.
[1] A. Abruzzese, Elogio del tempo nuovo. Perché Berlusconi ha vinto, Costa&Nolan, 1994.
[2] G. Valentini, La sindrome di Arcore, Longanesi, 2009.
[3] M. L. Bionda, A. Bourlot, V. Cobianchi, M. Villa, Lo spettacolo della politica, ERI, 1998
[4] M. Prospero, C. Ruggiero (a cura di), Le parole della politica. Protagonisti, linguaggi e narrazioni nell’Italia del 2008, ScriptaWeb, 2010.
[5] M. Maffesoli, L'istante eterno. Ritorno del tragico nel postmoderno, Luca Sossella, 2003.