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Ancora a proposito di soap politics

di CHRISTIAN RUGGIERO (27 08 2010)

La risoluzione apparente dello scontro Berlusconi-Fini è una strategia affidata al nuovo meccanismo narrativo della politica italiana?

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L’estate politica italiana si è caratterizzata per una certamente durevole e per molti versi inedita attenzione dedicata allo scontro tra i due fondatori del Popolo della Libertà. Le divergenze sempre più marcate tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, già oggetto di dibattito (o chiacchiericcio) politico da diversi mesi, si sono infiammate in una ripida escalation fatta di gruppi parlamentari autonomi, voci di “campagna acquisti” ad opera dei vertici del Pdl fra gli “esuli” finiani, ipotesi più o meno fantasiose di ricomposizione dell’alleanza di centrodestra alla guida del paese.

Un copione, peraltro, nel quale il centrosinistra non è riuscito a ritagliarsi una parte importante, dall’impatto complessivamente poco dirompente della missiva veltroniana al paese in subbuglio alla criticatissima ipotesi di rinascita del progetto ulivista.

 
Mentre i contorni di questa vicenda si consolidavano, abbiamo osservato come lo script narrativo tipico della serialità fictional, e della quotidianità del formato soap in particolare, sembrasse star imponendosi nelle cronache politiche degli ultimi anni. Contese interne ed esterne, infatti, sembrano aver assunto, nei programmi di approfondimento come nei telegiornali e sulle prime pagine dei quotidiani, i tratti del racconto per episodi più che della narrazione articolata e coerente. Come possibile conseguenza di questa immersione nel paradigma dell’eterno presente, abbiamo individuato la “giustificabilità” di alcune incoerenze narrative e la riduzione del conflitto a topos narrativo volto a riaffermare l’immobilità dello status quo.
 
Un elemento a favore di queste ipotesi viene dalle prime pagine dei quotidiani dei giorni immediatamente successivi all’incontro tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, un pranzo a villa Campari sul lago Maggiore mercoledì 25 agosto.
 
Il vertice seguiva un primo shift narrativo della vicenda: dallo scontro tra Berlusconi e Fini erano emerse ipotesi di riformulazione della maggioranza di governo, compreso l’inserimento di soggetti esterni alla “micro-coalizione” che aveva raccolto il favore degli elettori nel 2008. Rievocando la frattura che aveva portato l’Udc fuori della coalizione e An alla “fusione a freddo” con il partito berlusconiano, si ventilava la possibilità di una sorta di riavvolgimento del percorso politico di fondazione del Pdl. Eventualità che rappresenterebbe la realizzazione concreta dell’escamotage narrativo del what if, la ri-messa in scena dello snodo fondamentale del racconto, la riformulazione della scelta topica operata dall’eroe Berlusconi nei “giorni del predellino”. Per ragioni almeno apparentemente più politiche che di coerenza narrativa, tale ipotesi aveva scatenato le ire del leader della Lega Nord, che dalla posizione privilegiata di variabile indipendente della storia e della coalizione di governo aveva espresso la sua contrarietà nei termini più diretti consentiti dal vocabolario italiano, arrivando alla caduta di stile, imperdonabile quanto efficace, di definire il leader dell’Udc come “uno stronzo”.
 
A un certo punto della storia, dunque, Fini perde entrambe le caratterizzazioni attoriali, quella di alleato (almeno virtualmente) nei confronti di Casini e quella di oppositore (ben più concretamente, almeno nella realtà delle prime pagine) a favore di Bossi. Come nelle migliori soap, la risoluzione del conflitto “amoroso” è delegata non a una ricomposizione dei sentimenti feriti, ma alla comparsa di un rivale in amore e all’accendersi di un conflitto ulteriore e più violento, tale da spostare l’attenzione dello spettatore. Coerentemente con lo script narrativo attivato dalla fase attuale della narrazione politica, il Presidente della Camera sparisce tanto dal riassunto delle puntate precedenti quanto dal cliffhanger che chiude le nuove puntate e crea attesa per gli episodi successivi. La sua figura come le motivazioni alla base dello “strappo” con il primo fondatore del Pdl passano in secondo piano rispetto ai nuovi sviluppi della vicenda.
 
Non a caso, i protagonisti dei titoli di prima pagina di giovedì 26 e venerdì 27 agosto sono Berlusconi e Bossi, e gli spettatori in attesa sono in primo luogo rassicurati sulla “pace fatta” tra i due protagonisti, e in seconda battuta informati sul contributo dato alla vicenda da attori diversi, primo fra tutti il segretario del Pd Bersani che in un inedito attivismo comunicativo illustra le virtù di un nuovo Ulivo. Fini compare, implicitamente ed esplicitamente, nelle vignette del “Corriere della Sera” (giovedì Giannelli ritrae Berlusconi abbracciato a Bossi, che a sua volta tiene per mano il figlio Renzo, mentre due soggetti sullo sfondo commentano “Non più ad usum del Fini ma ad usum Trotae”, venerdì Fini è fisicamente su un ring con Berlusconi, ma i due “non fanno altro che studiarsi” in attesa della riapertura delle Camere). Sparisce completamente dalle prime pagine de “la Repubblica”, che naturalmente dedicano ampio spazio alla proposta di Bersani, e da quelle de “La Stampa”. “Il Messaggero” si limita, giovedì, a evocare la posizione dei finiani (“garantiremo la fiducia sul programma”) nel catenaccio al titolo principale che recita “Berlusconi e Bossi: no al voto”. Stessa strategia per “l’Unità”, che sotto il titolo “Affare fatto”, ancora giovedì, riporta “I finiani incassano la tregua. Bocchino: «Niente urne? Bene. A Mirabello nascerà un nuovo partito»”. Unici baluardi della coerenza narrativa, o viceversa espressioni di una diabolica perseveranza, sono “Il Giornale” e “Libero”. Che in entrambi i giorni continuano l’attacco all’ex leader di An, confermando al tempo stesso la loro funzione di house organ dell’ala “realista” del Pdl e la loro fama di campioni di titolazione rovente. Peraltro dimostrando un certo gioco di squadra nell’attaccare alternamente Fini e la compagna: giovedì “Il Giornale” dedica il titolo principale a “La dichiarazione dei redditi della Tulliani” e “Libero” a “La grande fuga di Fini”, venerdì è “Libero” ad attaccare “Le bugie di Elisabetta”, mentre “Il Giornale” racconta “La pulizia etnica di Fini”. Ma la smaccata parzialità rivendicata dalle due testate nella vicenda le rende protagoniste di un racconto a parte, parallelo e separato dalla narrazione principale della “fine di un amore”, dai suoi colpi di scena e dalle sue virate narrative. Abbandonata la linearità del racconto, filo spezzato della narrazione può ancora riannodarsi. O creare ricami ancor più complessi.