La mistica della carriera tra itinerari sdrucciolevoli e percorsi monotematici
La mistica della carriera tra itinerari sdrucciolevoli e percorsi monotematici

Uomini e donne nel mercato del lavoro
Quali sono le opportunità di carriera che hanno le donne nei luoghi di lavoro? Maggiori o minori rispetto al passato? E quale relazione è data tra i vincoli familiari e la possibilità di occupare posizioni di prestigio dentro le imprese?
La letteratura italiana e internazionale mostra ampiamente che la popolazione femminile è penalizzata al riguardo. Del resto non c’è bisogno di essere acuti ricercatori per accorgersi del cammino compiuto dalle donne e, di contro, delle resistenze poste in essere dagli uomini per mantenere i privilegi acquisiti da secoli. Gli osservatori più attenti colgono piccoli ma significativi scostamenti dal quadro normativo convenzionale. Quindi non ripeterò quello che già si sa. Proverò viceversa a fornire qualche spunto di riflessione in una direzione non convenzionale.
Nelle istituzioni (comprese quelle produttive) le donne sono in svantaggio rispetto agli uomini, ma il clima culturale che si respira è di segno completamente opposto. Basta partecipare a un convegno o a un dibattito e ci si accorgerà che gli uomini misurano le parole, incespicano, si sentono osservati, mentre le donne - lancia in resta – reclamano diritti ancora non acquisiti, si esprimono con disinvoltura, mettono all’indice relazioni di genere che hanno il fiato corto, di cui francamente non vedo il futuro. Da questo punto di vista le donne stanno meglio degli uomini, sanno dove andare: loro avanzano, mentre gli uomini indietreggiano.
Il potere di comandare, però, chi c’è l’ha se lo tiene e di certo non lo molla, a meno che non sia costretto. In letteratura i riferimenti riguardano le affinità elettive, il taste for discrimination, il dualismo economico(1), e così via. Ma il punto che intendo sottolineare è un altro. Quanto costa oggi comandare? Ovvero, qual è il prezzo che bisogna pagare per fare carriera? Ne vale la pena? Per dirla tutta: quelli che comandano sono più felici degli altri? Qui si seguito qualche elemento di riflessione posto in forma tassonomica:
1. raggiungere posti di responsabilità nelle imprese il più delle volte implica un’esistenza unidimensionale in un contesto sociale che, molto più di ieri, offre un ventaglio di opportunità e di relazioni.
A ben vedere l’esistenza unidimensionale è tipica della figura maschile. Il lavoro prima di tutto. E poi la carriera. Ciò conferiva all’uomo la supremazia nella sfera pubblica e la qualifica di “capofamiglia” nelle mura domestiche, dal momento che la sua prerogativa era quella di “portare i soldi a casa”. C’è stata un’epoca in cui la divisione dei ruoli era limpida, non dava luogo a nessuna forma di sovrapposizione, men che meno a nessuna forma di conflittualità: l’uomo in fabbrica o in ufficio, la donna a casa. Questa epoca non c’è più. I movimenti femministi degli anni Sessanta e Settanta l’hanno mandata in soffitta. Da allora in poi si è aperto un vasto movimento d’opinione che ha rimescolato le carte e posto in disordine un assetto, una struttura sociale che sembrava improntata all’ordine naturale delle cose. Era soltanto un ordine fittizio. O meglio, era un ordine storicamente dato. E ora storicamente datato. Il nuovo ordine porta con sé tanti cambiamenti e tante letture controverse, ma una cosa è chiara: oggi viviamo più intensamente di ieri, abbiamo più legami, possiamo coltivare più interessi, dalle relazioni sociali alla partecipazione politica, dalle attività di volontariato a quelle sportive, culturali e religiose.
La carriera è un tratto connotante della nostra identità, ma non ha più la stessa pregnanza di una volta. Quando usciamo dall’ufficio e ci togliamo la giacca e la cravatta oppure il tailleur gessato siamo un’altra persona con un’altra identità. Grazie al tempo libero, alle nuove tecnologie, alle maggiori aspettative della durata di vita abbiamo la possibilità di cambiare registro più di una volta nel corso della nostra esistenza. Come dire? Abbiamo più di una “vita” a disposizione. Di vite che cambiano ora è pieno il nostro mondo. E anche qui le donne sono più avvezze ad inventarsi continue strategie di sopravvivenza. I loro percorsi professionali sono più accidentati, ma la capacità di riproporsi sul mercato implica capacità maggiori di adattamento.
2. essere proiettati verso la carriera significa precludersi altre strade di crescita personale e collettiva.
La carriera è il segno distintivo del successo; del successo nell’impresa per la quale si lavora. Carriera e successo quindi sembrano andare di pari passo. Tuttavia il primo termine concorre a definire una serie di circostanze culturali e politiche che determinano il vantaggio differenziale degli uomini sulle donne. Lo definirei un termine “formale” che pone un genere al di sopra dell’altro perché “così è stabilito” (almeno fino ad ora); mentre il successo è un termine “sostanziale” che non implica necessariamente riconoscimenti espliciti, e di certo consente di cogliere una più vasta gamma di possibilità, ma soprattutto permette maggiori compatibilità tra la vita collettiva e quella individuale. Mentre la carriera è associata all’uso del potere, il successo è connesso alla realizzazione delle proprie aspettative, non necessariamente di matrice collettiva. L’amministratore delegato della Fiat è una persona che ha fatto carriera, ma non ha necessariamente avuto successo, mentre l’artigiano sotto casa non ha fatto carriera, ma può ritenersi un uomo di successo.
Il successo, quindi, come gratificazione. Nell’immaginario collettivo un uomo di potere non sempre ha la simpatia, e neanche l’apprezzamento degli altri; una donna di successo, di contro, è spesso considerata una persona che ha saputo districarsi nel reticolo dei vincoli imposti al suo genere, senza appiattirsi sul posto che occupa e senza rinunciare alla propria specificità. Le imprese non hanno bisogno di donne che si assoggettano ai modelli maschili di comportamento, hanno invece un grande necessità del contributo specifico che soltanto l’altro genere può fornire nell’ambito di un contesto rinnovato in termini sia di modelli organizzativi, sia di contenuti del lavoro.
3. guardare alla professione come unica fonte di realizzazione risulta anacronistico, oltre che al di fuori dello spirito di questa epoca: è come tradire il suo Zeitgeist.
L’epoca nella quale viviamo ha rimodellato alle radici i confini tra tempo di lavoro e tempo libero. In altri termini ha liberato quote crescenti e significative di tempo a disposizione degli individui. Non starò a ripetere che ciò è il risultato di un lungo processo mediante il quale buona parte del lavoro vivo è stato sussunto dalle macchine. Il risultato è la possibilità di avere più relazioni e più identità per tutti. Basti pensare ai lunghi weekend e alle tante serate libere di cui si dispone durante l’anno. Di lavoro ce n’è meno, mentre di tempo per lo svago di più. Ne viene che l’identità che gli altri ci riconoscono è la risultante di più attività. Riportare ad unità questa o quella identità significa fare la sintesi di più modi di proporsi nei confronti della vita di relazione. L’identità non è più e non è soltanto legata alla dimensione collettiva, ma anche a quella privata. Peraltro: non di rado – l’una e l’altra – devono essere declinate al plurale. E in un lasso definito di tempo. Da qui la convinzione che investire tutte le energie nell’ambito professionale tutto sommato significhi vivere controtempo, ovvero in controtendenza rispetto allo spirito dell’epoca.
4. vivere una vita a senso unico è opinabile, oltre che in rotta di collisione con il mercato del lavoro, con l’organizzazione sociale del tempo e le nuove forme di lavoro (flessibili, precarie, mutevoli: chiamatele come volete, non importa).
La frammentazione e l’articolazione del mercato del lavoro implicano la necessità di essere pronti a cambiare lavoro nel corso della propria esistenza. Esse, inoltre, comportano il bisogno di doversi adeguare agli sviluppi delle professioni e, di conseguenza, di rimettere di continuo in gioco il proprio background professionale. Le trasformazioni del mercato del lavoro, poi, comportano la nascita di nuove figure professionali che allungano il “convoglio delle professioni”. In un contesto così mutevole, quasi tutti i posti di lavoro assumono, per così dire, una forma light. Nessuno è più al riparo dai rischi e dall’incertezza che il sistema capitalistico porta con sé, dall’ultimo degli operai al primo dei dirigenti. La carriera è dentro questo sottile gioco di equilibri socio-politici che penalizza le donne e premia gli uomini. Ma tutti sono più esposti di ieri. Al riguardo Accornero scrive: “sta cambiando il modello europeo di <carriera> lavorativa, quello della promozione on the job, che si realizza con l’accumulo sul posto di competenze e di meriti. Qualcosa ci spinge verso il modello americano di <carriera>, quello della mobilità among jobs, che si realizza con l’accorpamento di esperienze fatte in posti diversi” (2) .
5. curare soltanto la sfera pubblica (storicamente appannaggio degli uomini) dell’esistenza preclude necessariamente l’opportunità di godere dei piaceri della sfera privata (storicamente a carico delle donne). Chi ha stabilito che conta di più la prima della seconda?
L’epoca grigia, ferrigna del lavoro industriale è alle nostre spalle. Il lavoro come pena, come espiazione non appartiene più alla cultura della società della conoscenza. Da quando le prime ricerche(3) hanno mostrato che – lavorando - le persone non puntano soltanto ai quattrini, si è fatta strada la convinzione che c’è ancora dell’altro, non esclusa la possibilità di valorizzare la sfera psico-sociale. Tuttavia quella pubblica resta ancora la sfera della vita attiva(4), mentre quella privata è considerata la sfera delle relazioni familiari e conviviali. Il rapporto tra l’una e l’altra è cambiato, nel senso che nell’economia dei soggetti d’ambo i sessi la prima non ha lo stesso peso che aveva un tempo. Se una volta la sfera pubblica determinava destini, traiettorie e significati della vita collettiva, oggi quella supremazia è messa largamente in discussione. La sfera privata ha più rilevanza sotto il profilo sia quantitativo che qualitativo. Di certo entrambe rappresentano al contempo la trama e l’ordito su cui si innestano tipologie di genere dettate da secoli di dominio maschile.
Ciò che le donne hanno conquistato sono soltanto “scaglie di potere”, che non mettono in discussione gli equilibri generali. Tuttavia i confini tra la sfera pubblica e quella privata sono sempre più labili e incerti, crescono le zone di sovrapposizione; le donne entrano di prepotenza nella sfera pubblica, mentre gli uomini si affacciano timidamente in quella privata. Allo stesso modo, cresce il dubbio che la realizzazione individuale e collettiva passi necessariamente attraverso un posto di responsabilità e una retribuzione alta, trascurando, peraltro, “l’economia degli affetti” che poco ha a che fare con la gestione del potere nelle imprese.
2)Accornero A. (2005), Il lavoro dalla rigidità alla flessibilità. E poi?, in “Sociologia del Lavoro”, n. 100, p. 15.
3)Roethlisberger F.J., Dickson W.J (1939), Management and the Worker, Harvard University Press, Cambridge; Maslow A.H. (1954), Motivation and Personality, Harper & Brothers, New York.
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