Perchè la nostra scelta non è "un tragico errore". Dati alla mano, sfatiamo un pò di luoghi comuni sulla facoltà di Scienze della Comunicazione, partendo dalla domanda, retorica, del prof. Morcellini: “Tra stereotipi e banalità a cui spesso indulgono politica e giornalismo, uno è davvero odioso: i corsi di comunicazione sfornano disoccupati. Sui dati la controversia è certo legittima. Sono corsi cresciuti a dismisura qualche anno fa, spesso senza un giusto ricorso ai docenti del settore. Ma per colpa di chi?”.
Facoltà di parlare, a vanvera. E' il 19 gennaio 2009, durante una puntata di Porta a Porta dedicata all’omicidio di Meredith Kercher, Bruno Vespa rivolgendosi agli studenti di un liceo scientifico ospiti del programma, dice: "Abbiamo bisogno di ingegneri, abbiamo bisogno di tecnici importanti. Una sola preghiera: non vi iscrivete a scienze della comunicazione, non fate questo tragico errore, che paghereste per il resto della vita!".
Una polemica lunga un decennio. Non è la prima e non sarà l'ultima volta che la nostra facoltà si troverà al centro di querelle di questo genere. Nel 2006, Vittorio Zambardino, scrive in un post sul suo blog: "Scappate, ragazzi: verso una facoltà seria, una di scienze "dure", una che vi faccia "fare il mazzo" sui libri". Già sentito, già visto. Nella vita di uno studente di Sdc arriva sempre il momento di doversi confrontare con questa radicata convinzione nonchè con l'ignoranza diffusa su quello che effettivamente si studia nelle nostre aule.
Di Cappuccetto Rosso, di Maria De Filippi e di Test a crocette: di questo è fatta Sdc per la stragrande maggioranza delle persone. E' nostro dovere, dunque, dati alla mano, spiegare di che pasta è fatta Scienze della Comunicazione e di sfatare, perchè no, un bel pò di falsi miti.
Essedicì. L'introduzione del nostro corso di laurea, all'inizio degli anni '90, viene salutata come un elemento innovatore. Non solo perché avrebbe creato una figura ibrida, capace di riunire in sé gran parte delle competenze necessarie per la stesura di efficaci progetti comunicativi (tradizionalmente affidati a pool di esperti in diverse discipline) ma perché, per la prima volta nel mondo accademico italiano, avrebbe fatto il suo ingresso un corso di laurea con intenti dichiaratamente professionalizzanti. La facoltà di Sdc della Sapienza, istituita il 7 marzo del 2001, è stata la prima in Italia in un ateneo statale ed ha assunto, ben presto, il ruolo di protagonista in uno dei settori più nuovi ed importanti del panorama universitario nazionale. La crescita costante in termini di iscrizioni e di maturazione del percorso culturale e scientifico, il tasso di abbandono contenuto e i buoni risultati raggiunti dai laureati nel consolidare la loro professionalità testimoniano il lusinghiero risultato ottenuto dalla confluenza in un solo ambito della molteplicità di interessi e vocazioni, coinvolti e dispersi, nel vasto mondo della comunicazione.
La cassetta degli attrezzi. Non solo di giornalismo, pubblicità e cooperazione si parla nelle nostre aule. Non sarà certo qualche esame di diritto, economia o statistica a fare di noi degli avvocati, degli economisti o degli statistici. Ma di certo ci permetterà di leggere a 360° la realtà che ci circonda, di capire ed interpretare i processi sociali in atto. In che modo? Attingendo di volta in volta alla "cassetta degli attrezzi" che è la nostra formazione universitaria. Una figura ibrida, questo è il comunicatore. Il terreno d'azione? L'intersezione fra molteplici saperi disciplinari.
Identikit degli studenti di Scienze della comunicazione. Una ricerca di Almalaurea dimostra che i comunicatori vengono principalmente dai licei scientifici (32,4%) e classici (17% contro una media nazionale del 13%), ma anche dagli istituti tecnici. Rispetto al complesso dei laureati, provengono da famiglie culturalmente elevate: il 24% ha almeno un genitore "dottore" contro il 23% della media nazionale. Risultano bravi, ma soprattutto rapidi, negli studi. I laureati specialistici del 2008 presentano performance particolarmente brillanti: il 60% di loro ha frequentato più dei tre quarti delle lezioni; si laureano a 26 anni circa, con un voto medio di 109 su 110, più di uno su due ha concluso gli studi in corso; il 15% è andato all’estero con programmi europei; il 73% conosce bene l’inglese e ha buona padronanza degli strumenti informatici. Più elevate della media nazionale le esperienze di ingresso e conoscenza del mondo del lavoro attraverso stage e tirocini: durante gli studi il 72% ha svolto stage riconosciuti dal corso di laurea; dopo la laurea quasi o più del doppio del complesso dei laureti specialistici ha svolto uno stage in azienda. Sul piano del merito questi studenti danno, dunque, risposte concrete.
Un pò di numeri. Il Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati in Scienze della Comunicazione dimostra che dopo la laurea, i comunicatori si inseriscono facilmente nel mercato del lavoro: il 64% circa lavora a un anno dalla laurea, a cinque anni dal conseguimento del titolo si può parlare di piena occupazione (i laureati occupati superano la soglia del 90% contro una media nazionale dell'85%). Nota dolente: la precarietà (che coinvolge ancora il 37,8% dei laureati, occupati con contratti a tempo determinato o di collaborazione, contro una media nazionale del 26%) e stipendi non elevati. L’indagine mostra chiaramente come quella degli studenti di scienze della comunicazione sia una generazione giovane, preparata e brillante. Purtroppo è stato messo in luce che oltre il 50% di essi ha un lavoro atipico: "Ciò che deve essere scongiurato è che una risorsa preziosa e qualificata, una generazione di giovani fra i meglio preparati, e quelle che seguiranno, rischino di essere schiacciati fra un sistema produttivo che non assume ed un mondo della ricerca privo di mezzi" si legge nel rapporto.
il motivo principale di questa bassa considerazione, secondo me, sta nel fatto che l'ordine ignora le facoltà di giornalismo. Non si è mai visto un paese in cui un ordine decide che una facoltà non puo' farti diventare giornalista. Nel nostro paese ci sn due strade, o fai la scuola pubblica (in questo caso università) e quando esci nn sei nessuno e devi ricominciare da zero. Oppure fai le loro scuole e quando esci sei giornalista. è paradossale. O chiudiamo le facoltà (di giornalismo in questo caso) oppure chiudiamo le scuole.
sarebbe bello, diversificare, dopo questo riconoscimento, chi studia giornalismo da chi studia produzione televisiva, chi studia marketing , da chi studia cooperazione, senza fare un accozzaglia così com'è adesso. sarebbe più utile per tutti, ognuno di noi avrebbe una preparazione più specifica e nessuno potrebbe parlare di "scienze delle merendine"
Hai ragione. Quella delle scuole private è una questione spinosa. In tutta onestà, ottenere l'iscrizione all'albo dei pubblicisti attraverso un'effettiva pratica è molto più gratificante che ottenerla pagando. Quindi tra le tue due opzioni, opterei per la seconda.. ma è pura utopia.
Per quanto riguarda la bassa considerazione di cui "gode" la nostra facoltà, in parte è dovuta anche alla cattiva pubblicità perpetuata dagli studenti nullafacenti. Qualcuno dovrà pur aver messo in giro la voce che da noi si studiano solo sciocchezze e che superare gli esami richiede un impegno minimo. La formazione diversificata di cui parli, arriva sicuramente alla specialistica più che alla triennale ma è comunque necessario che ogni comunicatore abbia almeno un'infarinatura di quelle che sono le altre aree disciplinari.
il motivo principale di
il motivo principale di questa bassa considerazione, secondo me, sta nel fatto che l'ordine ignora le facoltà di giornalismo. Non si è mai visto un paese in cui un ordine decide che una facoltà non puo' farti diventare giornalista. Nel nostro paese ci sn due strade, o fai la scuola pubblica (in questo caso università) e quando esci nn sei nessuno e devi ricominciare da zero. Oppure fai le loro scuole e quando esci sei giornalista. è paradossale. O chiudiamo le facoltà (di giornalismo in questo caso) oppure chiudiamo le scuole.
sarebbe bello, diversificare, dopo questo riconoscimento, chi studia giornalismo da chi studia produzione televisiva, chi studia marketing , da chi studia cooperazione, senza fare un accozzaglia così com'è adesso. sarebbe più utile per tutti, ognuno di noi avrebbe una preparazione più specifica e nessuno potrebbe parlare di "scienze delle merendine"
Hai ragione. Quella delle
Hai ragione. Quella delle scuole private è una questione spinosa. In tutta onestà, ottenere l'iscrizione all'albo dei pubblicisti attraverso un'effettiva pratica è molto più gratificante che ottenerla pagando. Quindi tra le tue due opzioni, opterei per la seconda.. ma è pura utopia.
Per quanto riguarda la bassa considerazione di cui "gode" la nostra facoltà, in parte è dovuta anche alla cattiva pubblicità perpetuata dagli studenti nullafacenti. Qualcuno dovrà pur aver messo in giro la voce che da noi si studiano solo sciocchezze e che superare gli esami richiede un impegno minimo. La formazione diversificata di cui parli, arriva sicuramente alla specialistica più che alla triennale ma è comunque necessario che ogni comunicatore abbia almeno un'infarinatura di quelle che sono le altre aree disciplinari.