Che la fiction italiana sia un covo di stereotipi e clichè è ormai sotto gli occhi di tutti: se la storia è ambientata in campagna, al mattino c'è sempre un gallo che canta; se c'è una storia d'amore in crisi, ci sarà sicuramente un tradimento alle spalle; se c'è un ritorno alle origini, ecco un primo amore pronto ad irrompere dopo anni di silenzio. La mancanza di originalità sembra costituire uno dei caratteri maggiormente distintivi della fiction domestica che, anche in produzioni all'apparenza più particolari ed innovative, sembra esprimere il bisogno quasi fisiologico di doversi aggrappare al “già visto” e “al già sentito”, a quegli elementi stereotipati che sono parte integrante della nostra tradizione culturale e che, per quanto opinabile, rappresentano una garanzia di grande successo nel pubblico casalingo.
Un esempio lampante di questa tendenza è rappresentato dalla fiction Mediaset “Benvenuti a tavola. Nord vs Sud”, che è riuscita a riscuotere un discreto successo nelle prime tre settimane di programmazione, senza mai superare, di fatto, il tetto dei 4,6 milioni di telespettatori. Un prodotto che si presenta come innovativo, ma che già nell'idea di base, ovvero lo scontro tra cuochi (in questo caso impersonati dagli attori Giorgio Tirabassi e Fabrizio Bentivoglio), ricalca la sfida culinaria che ormai da anni domina il daytime di Rai Uno, quella tra peperone verde e pomodoro rosso nel programma condotto dalla Clerici, “La prova del cuoco”; il richiamo alla trasmissione si fa ancora più evidente, poi, se consideriamo la proposta del televoto finale tramite il quale è il pubblico a casa a decidere, per ogni puntata, la ricetta vincitrice, tra quelle proposte dal Nord e dal Sud.
Uno show di cucina che sembra da un lato voler proporre (ed in parte forse ci riesce) un'astuta forma di intrattenimento, del tutto nuova ed innovativa, se non addirittura di product placement, ma che dall'altro annega negli stereotipi, trasformandosi in una commedia familiare brulicante di luoghi comuni da far rabbrividire. I clichè tipici della fiction e della tradizione italiana ci sono tutti: due famiglie, una del Nord ed una del Sud che si sfidano a colpi di ricette, proponendo l'eterno scontro tra Settentrione e Meridione, già trattato con enorme successo dalle pellicole “Benvenuti al Nord” e”Benvenuti al Sud” (il cui riferimento è chiaramente voluto); la storia d'amore tra i figli adolescenti che devono, a loro discapito, subire i contrasti tra le rispettive famiglie; e poi i milanesi che chiamano “terroni” i meridionali e questi ultimi che possono vantare prodotti di una genuinità poco conosciuta nell' interland lombardo. Estremamente stereotipata è, poi,la rappresentazione dei personaggi principali: da un lato un Fabrizio Bentivoglio che tra una serie di “tac”, “testina” ed ammiccamenti dialettali mette in scena il milanese d'hoc, così come noi tutti lo conosciamo; dall'altro lato la tipica famiglia del sud, guidata da Giorgio Tirabassi, che, in cerca di maggior fortuna al nord, non rinuncia mai a ribadire la qualità e la genuinità dei propri prodotti.
Tuttavia, la scelta di un cast capace di reggere il genere comedy, ed il susseguirsi rapido di scene, quale garanzia di fluidità della narrazione, hanno consentito di smorzare una semplicità, in questo caso, portata all'esasperazione che solleva non pochi interrogativi sui trend domestici di costruzione narrativa seriale. Il ricorso continuo a stereotipi e luoghi comuni nella fiction italiana può essere considerato come manifestazione di quel “ritorno del già noto” che ha da sempre caratterizzato le storie televisive, in quanto strumento non solo funzionale all'identificazione del pubblico nelle storie stesse, ma che garantisce a quest'ultimo un senso di sicurezza nell'approcciare a mondi “altri” nei quali potersi riconoscere e ritrovare elementi conosciuti, parti integranti della propria quotidianità. Lo stereotipo, quindi, costituisce un mezzo di garanzia non solo per il pubblico a casa, ma anche per gli stessi produttori di fiction, che possono contare di volta in volta su clichè dal successo assicurato.
IL FIERO PASTO DELLO SHARE
Tempi bui in casa Mediaset, alle prese con le enormi difficoltà nell’inseguire un pubblico giovane, refrattario alla visione di prodotti strutturalmente simili emessi dalle reti del biscione.
I responsabili acquisti fuggono su altre piattaforme e su Canale5 sembra che da un po’ di tempo a questa parte la signora Maria (che per utilizzare un termine scientifico chiameremo “la casalinga di Voghera”, per giunta molto anziana) la faccia da padrone.
Tutto si ripercuote sugli investimenti pubblicitari, fondamentali per mantenere in vita una televisione commerciale. Gli investitori si stanno guardando intorno, per capire dove realmente vadano i pubblici capaci di acquistare i prodotti in promozione.
Tutti noi sappiamo che i format di cucina ultimamente sono molto in voga; sembra quasi che le emittenti generaliste si stiano trasformando in televisioni tematiche, nel tentativo di conquistare fette di pubblico a colpi di padella.
Ecco palesarsi allora la brillante intuizione di TaoDue, nella persona di Pietro Valsecchi: produrre una fiction che parli anch’essa di cucina, ma con un occhio di riguardo alle esigenze di un pubblico più vasto. Miscelando il composto si ottiene una fiction innovativa, seppur poco originale: Benvenuti a tavola.
Ci troviamo di fronte ad un classico duello tra cuochi: la componente innovativa ed originale sta nell’aver inserito questa sfida all’interno di una fiction, aspetto che connota il prodotto di caratteristiche che sembrano distanziarlo dall’essere percepito come un format a tema culinario. Purtroppo, al termine della puntata i due cuochi insegnano una ricetta a testa - rintracciabile anche sul libro scritto da Pietro Valsecchi ed edito da Fivestore - e capisci che in fondo si tratta di un format mascherato da fiction.
“Benvenuti a tavola” presenta tutte le caratteristiche de “La prova del cuoco”, unite agli stilemi classici della Commedia all’italiana, con un buon ritmo nella narrazione.
La sfida tra cuochi - l’uno meridionale e l’altro settentrionale – ambientata a Milano, unita alla forte accentuazione degli stereotipi che accompagnano la provenienza regionale dei due protagonisti, connotano il prodotto di una palese somiglianza.
La scrittura è semplice e lineare - non presenta un immane sforzo autoriale – probabilmente perché il pubblico continua ad essere percepito come passivo e imbambolato davanti al flusso televisivo, che lo rende incapace di mettere in atto qualsiasi sforzo intellettuale.
Unica nota positiva è il tentativo di misurare l’engagement del pubblico attraverso gli sms. Inviando un messaggio di testo tutti possono votare la loro ricetta preferita tra quelle preparate dagli chef in competizione. Chissà se prima o poi sarà sperimentato un meccanismo che permetterà di votare l’effettiva componente di originalità di un prodotto di fiction
L'articolo nel suo complesso è frutto della riflessione comune dei due autori. Tuttavia il punto 1 è stato redatto da Rosita Mautone ed il punto 2 da Sante Alagia.