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Storie raccontate attraverso la fotografia di Matteo Bastianelli FOTOGRAMMI AI MARGINI di (05 07 2010) Matteo Bastianellihttp://www.matteobastianelli.com/ [1]

L'incisività ed il forte impatto emotivo delle immagini per raccontare storie che altrimenti rimarrebbero sconosciute. Matteo Bastianelli parla della sua esperienza.

Parole chiave: bosnia [2] croazia [3] fotografia [4] patrizia [5] senzatetto [6] Condividi: Invia per email [7] Permalink [8] Stampa la pagina [9]

La fotografia si è imposta ormai da tempo nello scenario comunicativo collettivo ed il forte impatto emotivo che le immagini sono in grado di trasmettere rappresenta un ingrediente ormai imprescindibile per l’informazione. Fin dalla fine dell’800 si è iniziato ad intuire che il mezzo fotografico non solo riusciva a documentare, ma anche “ad esplorare la realtà nascosta dietro le apparenze del mondo visibile”. La passione quindi cede il posto alla necessità di voler raccontare qualcosa, comunicare agli altri la propria visione del mondo. È così che Matteo Bastianelli ha iniziato il suo percorso, avvertendo la necessità di trovare un linguaggio alternativo alla scrittura per esprimere ciò che voleva raccontare, scavalcando i limiti posti alla libertà di espressione dalla maggior parte dei media e dei magazine italiani. Nato nel 1985, Matteo è fotografo freelance e giornalista pubblicista. Dopo la maturità scientifica, frequenta la Scuola Romana di Fotografia e si diploma nel 2009. Attualmente è impegnato nella realizzazione di progetti a lungo termine sulla condizione di vita dei senzatetto in Italia e a New York, sui centri sociali a Roma, sul sistema sanitario in Croazia e sul genocidio operato dai serbi nei confronti dei musulmani bosniaci tra Cerska, Srebrenica, Tuzla, Mostar e Sarajevo, dove, a 15 anni di distanza dalla fine della guerra, ancora 30 mila persone mancano all’appello. Da un anno ha iniziato un progetto personale sulla sessualità e il rapporto con il mondo femminile in Italia e in Francia  Le sue immagini sono state pubblicate su alcuni dei maggiori quotidiani nazionali, tra cui il Messaggero, il Corriere della Sera e Liberazione, e su alcuni magazine internazionali, tra cui Photo District News magazine, Drome, Blur magazine, Burn, Miro e Foto8. I suoi lavori sono stati esposti in mostre collettive e personali in Italia e in Francia. http://www.matteobastianelli.com/ [10] Dopo aver collaborato con un’agenzia di fotogiornalismo di Bari ed aver realizzato immagini per i maggiori giornali nazionali, Matteo inizia a studiare fotogiornalismo d’autore, percorso che lo porta a stravolgere la sua visione di fare fotografia. “ Il modo frettoloso di raccontare mediante immagini una storia per le news ha iniziato a starmi stretto. Ho capito che era un approccio limitante e superficiale per quelle che sono le mie inclinazioni ed ho deciso di concentrarmi solo su progetti a lungo termine. Progetti che mi potessero dare la possibilità di conoscere realmente le realtà in cui mi andavo ad immergere e soprattutto di stabilire un rapporto umano con chiunque andassi a fotografare”. Da qui prende vita il primo dei suoi progetti a lungo termine che racconta la storia di una senzatetto della provincia di Roma che da sette anni vive in strada: Patrizia.     “Il progetto con Patrizia va avanti da tre anni. Dopo la separazione dal marito è stata cacciata da casa ed è stata allontanata dalla famiglia, perdendo la cosa più importante: i figli. Da quel momento ha iniziato a vivere in strada. Sono legatissimo a lei e continuo a seguire la sua storia cercando di cogliere la sua evoluzione interiore. Ho provato a raccontare la vita di Patrizia nel modo meno banale possibile, fotografando le luci e le ombre dei suoi stati d’animo, intervistandola, standole vicino e dormendo anche con lei in macchina”.   Da Patrizia è partito il filone di progetti importanti di Matteo, volti ad aiutare le persone che non hanno un tetto e che vivono ai margini della società.   Matteo ha poi seguito direttamente l’occupazione di Casale de Merode a Roma, una struttura occupata da circa 90 famiglie di etnie diverse che convivono tranquillamente nelle aule abbandonate di un ex liceo artistico e di una clinica mai aperta.     “L’esperienza di Casale de Merode è stata particolarmente bella perché ho vissuto in prima persona l’occupazione stando accanto a quelle persone e vivendo i loro disagi e la loro quotidianità. La cosa più importante per me è stare vicino a chi fotografo in modo da stabilire un contatto vero”. Contatto che Matteo crea semplicemente entrando in punta di piedi nella vita degli altri, cercando di mettere davanti prima l’uomo e poi il fotografo, rispettando la condizione altrui, nonostante si tratti di persone che hanno poco o addirittura nulla.   “Il fotografo invade uno spazio che non gli appartiene e deve chiedere prima di tutto il permesso per poterlo fare, rispettando la dignità di chi ha di fronte e cercando di capire le problematiche che vuole raccontare. Affrontare il tema dell’emergenza abitativa è molto comune nei fotografi, ma quello che fa la differenza è il come lo si affronta. È necessario seguire l’evoluzione del posto e della gente per mesi o anni perché il tempo consente di comprendere meglio che, oltre ad avere a che fare con dei senzatetto si ha a che fare con delle persone come noi, che nutrono sentimenti ed emozioni e che nonostante facciano di piccole porzioni di spazi rubati la propria casa, vivono, soffrono, hanno momenti di gioia, sconforto e solitudine”.   Quello che a Matteo interessa è cogliere le emozioni della gente nella vita quotidiana e narrarle sottoforma di storia per immagini.   È la volta quindi del lavoro in Croazia “A silent scream for life” iniziato a maggio del 2009. Gornja Bistra, 30 chilometri di distanza da Zagabria, è un piccolo centro abitato dove sorge il più importante Ospedale Pediatrico speciale per malattie croniche della Croazia. I pazienti sono generalmente bambini da 0 a 18 anni, tuttavia esistono anche casi di ragazzi, ormai adulti, ricoverati nella struttura da più di 20 anni: non avendo un posto dove andare, abbandonati dalle famiglie, orfani, o con assistenti sociali scarsamente presenti, sono destinati a trascorrere la loro vita in un letto d’ospedale. Matteo parte come volontario con l’associazione onlus “Il giardino delle rose blu” che opera all’interno dell’ospedale infantile psichiatrico da quattro anni.   “Vivere quella esperienza mi ha emozionato, sconvolto e stravolto. Esserci, aiutare nei limiti del possibile mi ha condotto a maturare l’idea di coniugare la mia professione con l’impegno civile e portare il tutto ad una interpretazione della realtà che non sia soltanto mediata dalle conoscenze che si possono apprendere sul campo, ma essere in prima persona dentro le situazioni”.     È il racconto di un silenzioso urlo alla vita, al di là dei limiti di una grata, o di una gabbia. Dove luci e ombre disegnano lo spazio sottratto al tempo nell’immagine di un mondo interiore da decifrare e segnano la distanza tra un letto di lamenti e una finestra aperta sul circostante.   “The bosnian identity” nasce come conseguenza del lavoro in Croazia. Matteo decide di raccontare a distanza di 15 anni il genocidio dei bosniaci musulmani operato dai serbi. Teatro agli inizi degli anni Novanta di un conflitto interetnico e interreligioso tra musulmani, ortodossi e cattolici, la Bosnia è oggi un Paese in cui le ferite sono rimaste aperte. Il costo in vite umane, nell’ex Jugoslavia tuttora non è definito: mancano all’appello 30.000 esseri umani, scomparsi nella furia omicida. Matteo lavorando a Cerska, Srebrenica, Tuzla, Mostar e Sarajevo ha ricostruito la terribile storia da molti dimenticata.   “Non si riesce a penetrare la realtà dei fatti fin quando non si entra nel contesto. Ho voluto raccontare attraverso le immagini una pagina nera della storia recente, un conflitto che ha sterminato oltre ottomila musulmani. Questo lavoro è nato grazie al volontariato. Il primo viaggio mi ha segnato profondamente. Raccogliendo le storie e i ricordi di più di settanta famiglie, conosciute attraverso un progetto di adozione a distanza dall’Italia, promosso dalla Fondazione Onlus Il Giardino delle Rose Blu. Ho conosciuto queste famiglie, ho portato loro beni di prima necessità ed ho iniziato ad ascoltare le loro storie. Ho capito che non volevo semplicemente raccontare quello che stessimo facendo in quanto Associazione di volontariato post guerra, volevo raccogliere le tracce e rappresentare mediante la fotografia i segni che una guerra lascia nell’anima di una nazione.”  Matteo inizia così a collaborare con l’International Commission on Missing Persons di Sarajevo ed accompagnato da Ramis, padre di un suo amico bosniaco, si reca nella Repubblica Serbska di Bosnia per cercare le fosse comuni dove erano stati occultati i cadaveri delle vittime.   “Abbiamo trovato una fossa profonda 25 metri dove c’erano i resti di 37 cadaveri, occultati lì probabilmente dopo le deportazioni susseguite alla strage di Srebrenica. Scendere all’interno della fossa, vedere da vicino il posto in cui per 15 anni sono rimasti i resti di persone che ancora vengono cercate dalle famiglie, ritrovare le foto scolorite accanto alle ossa impastate con la terra, osservare così da vicino la morte, mi ha convinto ancora di più di quanto fosse importante e giusto continuare a parlare di quello che hanno subito i bosniaci, di quello che è purtroppo la guerra in generale e della rinascita di un popolo straziato che però continua a sperare. A 15 anni di distanza dalla fine del conflitto, i ragazzi in Bosnia continuano a sognare, sognano la vita occidentale, sognano l’emancipazione e sognano di riscattarsi.”   Chiaramente la ripresa in Bosnia è molto lenta, il potere monetario è nelle mani delle banche e degli investitori stranieri, le fabbriche sono state completamente distrutte. Anche la mobilità all’interno della comunità europea viene negata, in quanto i Bosniaci hanno bisogno di un particolare visto per muoversi mentre ai serbi non è richiesto.   “The bosnian identity” è dunque il lavoro più maturo di Matteo Bastianelli che manifesta un duplice carattere, da un lato esprime i tratti del documentario, dall’altro delinea i connotati del reportage finalizzato a cogliere le cicatrici intime e personali delle storie della gente. Un lavoro che ha lasciato molti segni nell’autore. Segni che si lasciano leggere all’interno delle immagini, molte delle quali sono espressioni metaforiche di stati d’animo. Sono paesaggi della mente piuttosto che reali, sublimazioni di momenti di sconforto e difficoltà.   Ma progetti del genere trovano difficoltà di fruizione nel contesto italiano e vengono apprezzati di più all’estero. Anomalia dovuta prevalentemente alle richieste di prodotti leggeri e positivi che lasciano poco spazio a tematiche di approfondimento. La negata apertura dei magazine nazionali costringe spesso fotogiornalisti e fotografi a spingersi versò realtà più stimolanti che varcano i confini dello stivale. Non a caso nel nostro paese, rimanendo nell’ambito fotografico, quelli che guadagnano di più sono i paparazzi. Matteo ha già iniziato dei nuovi lavori, uno sulle donne nel mondo, volto a cogliere gli aspetti più autentici dell’universo femminile. Come è vista la donna all’interno della società e come si sente lei all’interno di essa. Un percorso che parte dal mondo della prostituzione per arrivare a descrivere figure familiari come la madre e la sorella dello stesso autore.   L’altro lavoro, iniziato tra Parigi e Marsiglia verte sulla ricerca dell’identità sessuale maschile e femminile.   Recentemente, in seguito al viaggio a New York per la premiazione del lavoro in Croazia al Photo District News, Matteo ha iniziato un progetto che può essere definito come la proposta positiva per la vita dei senzatetto, che racchiude l’essenza dei lavori precedenti su Patrizia e Casal de Merode. Collaborando con l’associazione no profit “the bridge” racconterà il ritorno alla vita di chi prima era ai margini della società, borderline, senzatetto, persone con problemi psichici ed ex tossicodipendenti, comparandola con la vita di chi ancora occupa spazi di strada.     “Voglio solo raccontare attraverso immagini quello che vedo e che vivo, ciò che mi interessa sono le emozioni che si possono estrapolare dalle fotografie, non importa se un’immagine sia sfocata, mossa o messa a fuoco, la tecnica diventa marginale di fronte alle sensazioni. Il mio obiettivo è ricreare qualcosa che sia espressione dell’ambientazione e del luogo in cui sto lavorando o semplicemente manifestazione del mio stato d’animo. Il mio stile è non pensare ad avere uno stile, affrontare le storie vivendo al massimo il contatto con chi fotografo. Do priorità alla forza del racconto, in questo modo le immagini diventano comunicazione pura e si esprimono mediante la pasta della grana, con le ombre e le luci che disegnano sulla pellicola ciò che ho da dire”. Premi: •  2010 Emerging Photographer Fund Finalist •  2010 International Photo contest Art of Emotions JFF & Blur magazine winner •  2010 PDN’s Photo Annual contest in photojournalism winner •  2009 Festival Internazionale Foiano Fotografia, primo premio miglior portfolio •  2009 Festival Internazionale della    Fotografia di Roma, secondo premio per miglior portfolio •  2009 Festival Fotoleggendo, terzo premio per miglior portfolio

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[13] http://miro.skara.is/issue/2010/02/living-quarters/
[14] http://www.foto8.com/new/
[15] http://www.scuolaromanadifotografia.it/senzacategoria/pdn-photo-annual-2010/