
Nelle primavere arabe hanno giocato un ruolo decisivo Facebook e Twitter, mentre il moto riottoso delle proteste si è affievolito. I due social, continuano a svolgere una funzione importante sia nelle società del Nord Africa che in quelle della penisola araba. In particolare per le donne: i social network stanno diventando, per loro, uno strumento d'emancipazione. Attraverso i propri profili, personali e senza "mediazioni", le giovani arabe riescono infatti a mettersi in contatto con il mondo “esterno” e occidentale, superando almeno virtualmente i paletti sociali e religiosi. E tramite il web, aumentano la loro consapevolezza e alimentano il dibattito sui loro problemi, assaporando una nuova libertà.
Parole chiave: Medio Oriente [1] primavere arabe [2] Condividi: Invia per email [3] Permalink [4] Stampa la pagina [5]La primavera araba è una rivoluzione non solo virtuale, ma di persone reali, che grazie alla rete hanno riscoperto la loro unità contro la dittatura. In Tunisia, Egitto, Libia: i cosiddetti “social media” si sostituiscono ai media tradizionali, perché solo loro sono in grado di “raccontare le storie di chi, veramente, ha combattuto per i diritti umani”. Così, dal mondo arabo arriva la più grande lezione di democrazia: una partecipazione vera, dal basso, attraverso l’uso di strumenti che rendono i cittadini protagonisti.
Immagini, video, testimonianze che vengono poi riversate in rete, consentendo la nascita di un’opinione pubblica non controllata dai regimi e la riscoperta dell’unità di un intero popolo. “Dopo che Mohamed Bouazizi si è dato fuoco, i blogger e i social media erano in prima linea, dai primi giorni. Nelle ultime rivoluzioni del Nord Africa, la piazza tradizionale non è stata cancellata da quella “virtuale”: i social network sono stati lo strumento per raccontare lotte che nascevano altrove, nella strada, a partire da rivendicazioni precise. Così, i social network hanno dato voce a rivendicazioni, rimaste per anni silenziose, la rivoluzione in Egitto va avanti dagli anni ‘90: ciò che è accaduto a gennaio è il risultato di una sollevazione che dura da tempo e i social network hanno avuto un ruolo di conoscenza e diffusione. Ecco perché, quando i regimi, come quello di Mubarak, hanno oscurato la rete, la gente ha continuato a manifestare nelle piazze. Anche in Libia, la rivoluzione ha trovato voce grazie a Facebook e twitter. In Libia non c’erano giornali liberi, sindacati, associazioni; i giornali erano di proprietà dello stato, all’interno delle redazioni c’erano i militari che decidevano quali articoli erano pubblicabili e quali no. Inoltre intellettuali e scrittori non avevano accesso all’informazione, ma erano costretti a pubblicare all’estero. E’ in questo contesto che nasce il movimento dei giovani, che si sono riversati nelle piazze, che stanno creando le prime testate, tv e radio locali, come la radio “Misurata libera”, o “Libia libera”, il quotidiano di un gruppo di studenti universitari. Una rivoluzione che nasce da precise rivendicazioni: il riferimento è al carcere di Abu Salim, dove nel ’96 sono stati massacrati 1271 detenuti, perché chiedevano condizioni di detenzione migliori. Per anni, le famiglie continuavano a portare vestiti, cibo, ma nessuno diceva loro che i loro cari erano stati uccisi. Solo nel 2004 il regime ha ammesso il massacro, per bocca del figlio di Gheddafi, che propose di risolvere la questione con degli indennizzi, Molti non hanno accettato e hanno organizzato sit-in di protesta. A Bengasi, dal 2008, ogni sabato, a mezzogiorno, le donne (che, per rispetto, non sarebbero mai state manganellate dai poliziotti) hanno rivendicato giustizia e verità: sono queste le parole che hanno scatenato il sistema. Quando le esperienze dell’Egitto e della Tunisia sono risultati vincenti, i manifestanti da 50 sono diventati centinaia, mille. Nel contesto delle primavere arabe la Libia rappresenta un caso particolare. Senza social media quasi sicuramente l’opposizione, i ribelli, avrebbero potuto arrivare ad avere il supporto della comunità internazionale. E senza quel supporto avrebbero perso, come era già successo prima tante volte. Senza i social media infatti, la eco della lotta che stavano portando avanti non sarebbe mai potuta arrivare fino all’opinione pubblica europea e ai governi dell’Unione. E’ stato per questo che poi la NATO è potuta intervenire e bombardare le forze di Gheddafi. Senza Twitter e Facebook, forse l’opposizione non avrebbe potuto vincere questa battaglia.
L'ondata di piena portata dalle rivolte del 2011 continua: in un anno sono tre milioni in più le ragazze arabe che si sono iscritte a Facebook. I social network stiano diventando uno strumento importante per le donne che, grazie al web, assaporano una nuova libertà.
Una spinta alla diffusione dei social network tra le donne arabe è arrivata dall'esempio delle attiviste, che grazie al web hanno portato avanti le proprie battaglie: Lina Ben Mhenni, autrice del blog A tunisian girl, Eman Al Nafjan di Saudiwoman o Afrah Nasser, che dalla Svezia gestisce una seguitissimo blog politico. «Le trasformazioni sociali e politiche che hanno attraversato le regioni arabe hanno giocato un ruolo importante nell'abbattimento di alcuni stereotipi riguardanti le donne arabe come oppresse e sottomesse», si legge nelle conclusioni del rapporto diffuso dalla Dubai School of Government. «In particolare, il ruolo di primo piano che le donne hanno giocato nell'organizzazione e nella partecipazione ai movimenti sociali in Tunisia, Egitto e Yemen ha consolidato la loro posizione di partner allo stesso livello degli uomini nel riassetto degli orizzonti politici dei loro stati». Una fotografia positiva del momento, confermata anche dall'assegnazione del premio Nobel per la Pace a Tawakkul Karman, donna leader del movimento politico in Yemen.
Questa tendenza è evidenziata dai dati. A settembre 2011, il numero stimato di utenti Twitter attivi nelle regioni arabe era di 652mila, con 37 milioni di Tweet spediti in un solo mese, oltre 1 milione e 200mila al giorno. Nel 2010 le cifre erano drasticamente più basse: se oggi, su circa 180 milioni di tweet giornalieri, 2,2 milioni sono scritti in arabo, dodici mesi fa la cifra si fermava a 30mila (studio Semiocast). I dati di Facebook sono ancora più indicativi: oggi, gli utenti sono circa 36 milioni, il 68% in più dall’inizio dell'anno, di cui, circa uno su tre sono donne. La percentuale di utenti donna è cresciuto dal 32% al 33,5% in un anno, circa tre milioni in più. Lo ha rivelato uno studio realizzato dalla Dubai School of Government in 22 paesi arabi. Sebbene i dati sull'utilizzo femminile dei social media siano cresciuti, sono ancora molto lontani dalla media mondiale. La differenza esistente tra donne e uomini nell'uso dei social media rispecchia le difficoltà e le limitazioni che le donne arabe affrontano nella vita di tutti i giorni, è vero: le donne arabe che usano i social media sono relativamente poche. Tuttavia, il 70% degli utenti attivi del mondo arabo sono giovani, uomini e donne, il che indica come una massa critica di persone abbia iniziato a fare propri questi strumenti per realizzare il cambiamento. Interpretando questi dati, si potrebbe ipotizzare che i social network possano anche giocare un ruolo importante nel rendere più forti le donne arabe nel prossimo futuro. Ma l'emancipazione femminile attraverso le piattaforme web sta suscitando un certo dibattito all'interno delle società arabe. La giornalista saudita Mariyam Jaber ha realizzato un'inchiesta sui comportamenti delle donne digitali, evidenziando come, sempre più spesso, le ragazze utilizzino i social network per mostrare le parti più private del proprio mondo, quelle che la società normalmente impone loro di nascondere. «Ci sono molti siti Intenet in cui donne saudite, senza rivelare la propria identità, fotografano e pubblicano parti del loro corpo: i piedi, il corpo, le unghie» scrive il quotidiano online Arab News. Forse il loro è semplicemente un desiderio di liberarsi dalle restrizioni sociali e di esprimersi. Insomma, un desiderio di libertà che alcuni, però, trovano contrario al buon senso.
I social network nelle primavere arabe hanno avuto un ruolo importante nella comunicazione nell’organizzazione, ma di certo non sono state il volano della rivoluzione. Il vero volano di questi movimenti è l’opposizione a questi regimi, la crisi economica, le difficoltà di vita della gente. Molte persone si sono trovate senza lavoro e hanno quindi potuto concentrare le proprie forze sulle manifestazioni in strada. Attraverso i social media si sono potute organizzare le manifestazioni in Tunisia perché i server non si trovano sotto il controllo del potere, il presidente non può fare nulla per controllarli. E’ per questo che la popolazione ha potuto mobilitarsi usando Facebook. Un aspetto rivoluzionario di queste nuove tecnologie è che grazie a questi nuovi media, se un movimento di protesta nasce in qualsiasi parte del mondo, anche la più piccola, la sua eco può diffondersi e raggiungere il resto del mondo.
window.fbAsyncInit = function() { FB.init({appId: 'your app id', status: true, cookie: true, xfbml: true}); }; (function() { var e = document.createElement('script'); e.async = true; e.src = document.location.protocol + '//connect.facebook.net/it_IT/all.js'; document.getElementById('fb-root').appendChild(e); }());
Link:
[1] http://www.comuniclab.it/taxonomy/term/6690
[2] http://www.comuniclab.it/taxonomy/term/10010
[3] http://www.comuniclab.it/forward/80159
[4] http://www.comuniclab.it/80159/la-primavera-araba-rosa
[5] http://www.comuniclab.it/print/80159